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martedì 25 maggio 2010

dell'inquietudine e della vita

CAFFE’

da ‘Incontro d’amore in un paese in guerra’

Luis Sepùlveda



Lei è sotto la doccia. L’acqua le cade sul corpo e vi indugia formando repentine stalattiti nell’abisso di quei seni che hai baciato per ore e ore. Metti il caffè nel filtro, calcoli la quantità d’acqua per quattro tazze e premi il bottone rosso.

Senti il suono dell’acqua che inizia a bollire elettricamente e goccia a goccia cade sul caffè, formando quella melma aromatica. Malta ch’unisce le pietre del selciato mattutino.

Lei appare col suo accappatoio annodato in maniera distratta. Puoi vederle le cosce splendenti, ancora umide. Prendi la caffettiera, la porti sul tavolo, prepari le tazze, vedi che i garofani resistono nella loro agonica altezza rosata. Non sono così assolutamente perituri come le rose di maggio.

Ora lei appare con un asciugamano annodato come un turbante, puoi vederle la nuca, il collo liscio e fresco che profuma di talco. Sotto il turbante, una minuscola ciocca di capelli sfugge alle intenzioni dell’asciugatura e aderisce alla pelle con una strana presenza bionda, pietrificata. Lei si siede, lo fai anche tu, e davanti a voi il solito silenzio prende il suo posto.

Servi il caffè lentamente, tendi verso di lei la mano con la tazza piena, riempi la tua, con lo sguardo le offri le cose che sono sul tavolo. Pane, burro, marmellata e altri alimenti che a quest’ora e in queste circostanze ti appaiono assolutamente insipidi. Vedi che lei non accetta, che si limita ad accendere una sigaretta e a versare qualche goccia di latte nella sua tazza di caffè.

Con il cucchiaio compi brevi movimenti circolari che pian piano formano spirali, finchè non sei certo della totale dissoluzione dello zucchero che è sprofondato come polvere di specchi in un pozzo, silenziosamente, rispettando il carattere inviolabile di questa mattina-silenzio che inizia.

Alla fine è lei la prima ad assaggiare il caffè e lì per lì pensa che forse la tazza era sporca. Solleva gli occhi, ti guarda senza recriminazioni nello stesso istante in cui tu bevi il primo sorso e immagini che questo sapore per il momento inqualificabile sia dovuto alla sigaretta, ma è lei a dirlo:

“Questo caffè sa di fallimento”.

Allora ti alzi in piedi, le strappi la tazza di amno, prendi la caffettiera e rovsci il liquido nel lavandino.

Il caffè scompare in un gorgoglio caldo e non resta altro che un alone scuro attorno allo scarico. Apri un pacchetto nuovo, calcoli l’acqua per quattro tazze e rimani in piedi aspettando che, goccia a goccia, si formi di nuovo quella porzione di melma mattutina.

Lo servi. Lei assaggia. Ti guarda con tristezza. Non dice nulla. Bevi dalla tua tazza e la guardi. Ora sei tu a esclamare:

“E’ vero. Sa di fallimento.”

Lei dice con indulgenza che può essere dovuto allo zucchero o al latte e tu gridi che non hai messo nè latte nè zucchero nel tuo caffè.

Accende un’altra sigaretta e spinge via la sua tazza in mezzo al tavolo, mentre tu tiri fuori i pacchetti di caffè che conservi in dispensa e con la punta di un coltello li apri uno dopo l’altro, palpi freneticamente con le dita quella polvere fine, assaggi, sputi, imprechi, e ti rendi conto che tutto il caffè di casa ha lo stesso ineluttabile sapore di fallimento.

Lei non ne ha assaggiato neppure un po’, ma lo sa.

Te lo dice in silenzio. Te lo dice con lo sguardo perso nei disegni poliedrici della tovaglia. Te lo dice con il fumo che soffia fuori dalle labbra.

Torni alla tua sedia con la sensazione di avere una specie di mattorne in gola. Vuoi parlare. Vuoi dire che assieme avete bevuto molti caffè che sapevano di oblio, di disprezzo, di odio gentile e monotono. Vuoi dire che questa è la prima volta che il caffè ha un esasperante sapore di fallimento.Ma non riesci ad articolare neppure una parola.

Lei si alza dal tavolo. Va nella stanza accanto. Si veste lentamente e alle tue orecchie arriva il clic del suo braccialetto. Si avvicina alla porta, prende le chiavi, la borsa, il piccolo libro da leggere in viaggio, le viene in mente qualcosa prima di aprire la porta e torna indietro fino a dove sei tu per stamparti sulle labbra un bacio freddo che, per quanto ti sembri incredibile, ha lo stesso sapore di fallimento del caffè.


mercoledì 19 maggio 2010

Il proverbio spagnolo

Il proverbio spagnolo

da “Giardinieri principesse porcospini”
Consuelo C. Casula

C’era una volta un giardiniere ammirato da tutti per la sua serenità, calma e tranquillità. Un giorno un giovane vuole trasformare l’ammirazione in emulazione e conoscere il segreto di questa capacità di apprezzare i lati positivi della vita. Non gli resta che chiederglielo. E il giardiniere risponde che deve tutto a un proverbio che sua mamma spagnola amava citare: “Si hai remedio porquè te apuras y si no hai remedio porquè te apuras”.

“Cosa significa?” Chiede il giovane che non conosce lo spagnolo.

“Significa semplicemente che se puoi fare qualcosa per rimediare o risolvere un problema è inutile preoccuparti: devi solo impegnarti per risolverlo. Se invece hai esaminato che non c’è possibilità di rimedio o di trovare soluzioni è inutile preoccuparti: devi impegnarti per accettare con animo sereno quello che non puoi modificare”.

Il giovane capisce che questa è una buona strategia ma non riesce a immaginare come possa essere applicata, come si possa riuscire a riconoscere ciò che è modificabile da ciò che non lo è, quello che dipende da noi da quello che non dipende da noi..

Allora chiede al giardiniere come fa riconoscere questa differenza. Il giardiniere ricorda che anche per lui questa è stata la cosa più difficile, e gli ha richiesto molto impegno. Ma oggi crede di riuscire abbastanza facilmente. Egli fa un esempio: “decidere quale seme piantare dipende da te, ma se tu decidi di seminare un certo giorno e poi quel giorno piove devi accettare la pioggia, modificare i tuoi piani e dedicarti a qualcos’altro”.

Il giovane capisce, grazie alla semplicità dell’esempio, ma ha ancora dei dubbi e con ritrosa insistenza chiede al giardiniere se ha qualche regola generale da suggerirgli.

Il giardiniere ci pensa un po’ e poi risponde che lui ha tre regole fondamentale: misurare la propria potenza e i propri limiti; concepire se stesso come solutore di problemi senza compiacimento nè arroganza; guardarsi dalla disperazione senza via d’uscita e dalla speranza senza fondamento.

lunedì 17 maggio 2010

Un partigiano chiamato Balilla

Un amico mio, poeta pluripremiato, ex compagno di lavoro e d’una qualche avventura anche politica, da qualche tempo è anche scrittore.
Di Lui, recentemente, ho letto e recensito per conto di una rivista l’ultimo suo lavoro edito non da Mondadori o Rizzoli o Feltrinelli o … , ma da un piccolo editore, sconosciuto ai più.
E’ un bel libro, di grande, grandissima qualità. Questo è il motivo, unico e solo, che mi induce a fornirVi le informazioni perché possiate procurarvelo, leggerlo e farlo leggere. Non sarà tempo perso.

Un partigiano chiamato Balilla

di Adriano Molteni

Ed. Giancarlo Zedde – Torino
http://www.zedde.com/

Eccovi un assaggio:

“Vedi figliolo … non è un miracolo, ma qualcosa di strano si. L’acqua sparisce e poi ricompare e non c’è mezzo di fermarla. Non è come il fuoco che prima o poi si spegne. L’acqua no, non si può fermare. L’acqua fa ciò che vuole.” …

La mamma era tirata e stanca. … Non aveva ancora ventisei anni ed era incinta per la quarta volta: Era una bella donna, pur sfiorita precocemente per le preoccupazioni e le sopportazioni fisiche e morali. …

Gino e Gianni erano ancora bambini ed erano amici. Davano retta alle loro fantasie e assieme, spesso, inseguivano i loro sogni. …

Gino spiegava a Marianna che non era assolutamente vero che la cicogna portava i bambini e sosteneva la sua tesi affermando di non averne mai viste da quelle parti. C’erano invece gli aironi. Quelli si e anche di varie specie. …

I suoi pensieri erano semplici, dettati da ciò che gli era capitato direttamente ed ebbe attimi di sconforto. Così si rifugiò su quel pendio a vedere l’acqua del Soligo scorrere tra i sassi nel largo greto, le piante del granoturco, che si stavano aprendo la via verso il cielo, …

Era adorabile quella creatura. Era semplice e pulita. Era proprio un fiore che abbelliva ogni ambiente. Era la sua Livia: la donna della sua vita. …

… era certo che sarebbe uscita una nuova Italia, diversa, con idee più giuste e maggior giustizia sociale. … Persone che avrebbero fatto leggi giuste, in grado di dare non solo speranze, ma un vero benessere futuro.

“Fai ciò che vuoi, amore. Fai ciò che ti detta il cuore. Chi sono io per spegnere i tuoi sogni? E’ sufficiente essere una moglie per legare un uomo a una vita non voluta e che lo tormenterebbe per sempre?” …

La morte stava altrove e sicuramente dove non esisteva la libertà. …

In Italia i governi si susseguirono promettendo tanto e mantenendo poco.

Tante speranze e tanti sogni rimasero sulle montagne, sepolti assieme a migliaia di giovani.

E’ la storia di un italiano, dall’infanzia all’età della ragione. Un viaggio compiuto in tempi difficili, sempre. Un romanzo breve, di facile lettura. Una piccola perla che non sfigurerebbe fra le letture scolastiche molto consigliate.

Il racconto miscela, con dolcezza e malinconia, uno scampolo di vita-patria d’una Italia che non è più, ma che non deve essere scordata. Un’Italia che nella povertà e nel dolore, ha saputo, con enormi sacrifici ed un grave tributo di sangue, riscattarsi dalle barbarie, conquistare una nuova libertà, dare maggior valore alla famiglia, alla religione, all’amicizia, all’amore.

Un breve romanzo, dicevo, pensieroso e amabilissimo, dove il desiderio e la necessità di giustizia e di equità sociale traboccano.

Un volumetto da acquistare e leggere per regalarlo poi, magari, ai nostri nipoti perché sappiano anch’essi o semplicemente non dimentichino, che ogni cosa importante ha un suo prezzo, talvolta elevatissimo come la vita.

A tutti gli amici l’augurio di

buona lettura e di

Buon Futuro



banzai43


venerdì 14 maggio 2010

del combattimento

Del combattimento




Un antico compagno di battaglia venne a far visita al guerriero per interrogarlo sul combattimento.

Il guerriero lo fece accomodare nella sua tenda e servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi… continuò a versare.

Il compagno di tante passate battaglie guardò traboccare il tè, poi non riuscì a contenersi: “fermati, la tazza è ricolma. Non ce n’entra più!

Come questa tazza,” disse il guerriero “tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso allora spiegarti cosa è il combattimento, se prima non vuoti la tua tazza?

martedì 16 febbraio 2010

Ivan, Sara e la terribile minaccia

IVAN, SARA E LA TERRIBILE MINACCIA

Racconto interessante a finale aperto,
acquisito dalla “rete”.
Lo riporto come l'ho trovato.
banzai43


Caro Ivan, mi chiamo Akim Khon e ti scrivo per raccontarti la mia storia.

Sono un ragazzo di 11 anni e vivo nel villaggio di Zakir e Sharif nel distretto di Dand in Afghanistan.

Lo scorso Giugno stavo giocando con mio cugino, quando all’improvviso una mina mi è scoppiata sotto il piede. Ho perso tutte e due le gambe e un dito della mano destra. Penso che le mine siano un pericolo per tutti. Aiutaci ad eliminarle.

Tuo, Akim Khan.

Ivan sobbalzò. si guardò intorno un pò intimorito, ma non c’era nessuno. “Chi ha parlato?” chiese spaventato.

“Sono la Terra, per gli amici Tea. Guarda in basso e mi vedrai”.

Ivan non aveva mai pensato che la Terra potesse parlare ed era molto stupito. Fissò l’erba, i sassi ed ascoltò. “Io ti posso aiutare” continuò Tea. “Sai, conosco bene la tragedia delle mine e tutti i danni che questi ordigni provocano”.

In un attimo, giusto il tempo di prendere sua sorella per mano, si ritrovarono tutti e due, come per incanto, sospesi in aria, sopra un bel tappeto di erba.

“Evviva!… Stiamo volando!”, gridò esultante Ivan. “Ma questa è una magia!”, disse Sara con il cuore in gola.

“Dove stiamo andando?” “Da Akim, naturalmente”, rispose Ivan tutto felice. “In Afghanistan”, gridò Sara.

“Ecco,siamo arrivati. E ‘proprio lì!” disse all’improvviso la Nuvoletta. “Grazie, grazie infinite!” ripeterono i ragazzi. “E’ stata proprio una gran fortuna incontrarvi.”

“Guarda, Sara!Quello deve essere Akim. Vieni, presto!” “Ciao.Tu sei Akim, vero?” “Sì… e voi da dove arrivate?” “Io sono Ivan e questa è mia sorella Sara.” “Ciao. Allora avete ricevuto la mia lettera! Che bello! “Sono proprio felice che siate venuti a trovarmi”, rispose Akim.

“Qui intorno ci sono molte mine.” “Ma dove? Io non vedo nulla!” disse Ivan incredulo. “Guarda”, continuò Akim”vedi quei cartelli rossi con la scritta “DANGER”? I cartelli indicano che questi sono campi minati. Le mine sono nascoste tra i cespugli, sotto terra. Nessuno sa dove.” “Davvero ?…e perché non vengono tolte prima che esplodano?” chiese Ivan. “Sai, lo sminamento è un’ operazione molto difficile e rischiosa” continuò Akim. “Occorrono i Metal Detector per localizzare le mine e ci vogliono persone specializzate per disattivarle”. “E immagino che ci vogliano anche molti soldi!”, disse Sara. “E sì, proprio tanti”. “Ma allora qui non si può giocare all’aperto ?”, domandò Ivan molto preoccupato. “E’ sempre un rischio”, rispose Akim”.

Sul tavolino accanto al suo letto c’era un piccolo cofanetto di legno. Akim si avvicinò e lo prese in mano.

“Voglio rivelarvi il mio segreto” …e così lo aprì.

“Qui conservo lettere e messaggi di tanti bambini e ragazzi feriti, come me, dalle mine. Vengono dalla Cambogia, dalla Somalia, dall’Angola, dal Mozambico, dall’Etiopia, dalla Bosnia e dalla Croazia”. Akim mostrò ai ragazzi decine e decine di lettere scritte in lingue e caratteri diversi. Qui bisogna fare qualcosa. Io ho un’idea”, gridò all’improvviso Ivan. “Andiamo a trovare tutti questi piccoli del mondo. Se non facciamo qualcosa noi bambini, hai voglia ad aspettare i grandi! Insieme sconfiggeremo le mine,ne sono certo”. “D’accordo”, disse Akim, felice di mettersi in azione. “Sarà proprio un lungo viaggio”, disse Sara eccitata dall’idea.

Il giorno dopo i tre amici partirono all’alba, diretti in Cambogia per andare a trovare Song Kosal e i suoi compagni. All’arrivo in Cambogia ci fu una gran festa di accoglienza. Ivan, Sara ed Akim erano davvero stupiti, perché era come se tutti stessero ad aspettarli. Poi Ivan prese la parola e disse, stringendo loro la mano: noi abbiamo un grande progetto. Vogliamo organizzare un’ Assemblea mondiale per eliminare per sempre tutte le mine: l’assemblea dei piccoli del mondo.

Durante l’Assemblea mondiale dei piccoli, Sara e Ivan invitarono il grande monaco a dare loro un messaggio di verità e di pace.Il venerabile monaco,alzandosi in piedi, disse: “Dobbiamo decidere che fare la pace è più importante di fare la guerra. Dobbiamo decidere che mettere al bando le mine è più importante di produrle, o usarle”, continuò il monaco con la sua voce profetica.”Fare pace richiede saggezza, richiede altruismo. Non c’è pace senza la totale messa al bando delle mine,di qualsiasi tipo”.

I bambini espressero le loro idee: “Feriti e stanchi della guerra siamo. Non più morte, ma vita vogliamo!” “Il nostro sogno è semplice e profondo: le mine al bando, subito, in tutto il mondo!” “La pace verrà, se ci sarà la solidarietà” “Le mine sono armi assassine che seminano solo rovine!” “Noi chiediamo la libertà di vivere, di giocare e continuare a sperare !”

…Quella notte , Ivan sognò che…

… ora scegli tu il finale...
(Contributi di Linda Colombo e Nadia Scioscia)

sabato 6 febbraio 2010

Haiti da non dimenticare

Non lasciamo che il fuoco si spenga.

Continuiamo a sostenere gli sforzi di sopravvivenza della popolazione di Haiti.

Ricordiamoci tutti che anche pochi spiccioli da ciascuno di noi possono essere la base della ricostruzione, un pasto caldo, una bottiglia d’acqua, una coperta.

Anche solo

2 €

versati attraverso un messaggio dal cellulare possono far rinascere la speranza.

Fare del bene sostiene gli altri e ci rende migliori.

Non dimentichiamo chi ha bisogno d’aiuto.

Grazie a Voi tutti.

banzai43

Pubblicato

mercoledì 3 febbraio 2010

Steve McCurry, basta il nome


Quante volte avete già visto questa foto negli ultimi anni? E quanto l’avete ammirata?

Potete “rifarvi gli occhi” visitando, a Milano, una mostra stupenda, al Palazzo della Ragione, prossimo a piazza Duomo.

L’esposizione è dedicata a Steve McCurry, fotografo statunitense, vincitore, due volte, del World Press Photo Awards.

Potrete ammirare circa 200 scatti ripartiti per tema. Fra essi: “Luoghi”, “Guerra”, “Torri gemelle”, Infanzia”.

Tutti scatti affascinanti (che siano belli è un fatto scontato), intensi, vissuti, resi possibili dall’aver vinto la diffidenza ed ottenuta la partecipazione consapevole dei soggetti che aprono, all’obiettivo, anche la propria anima.

La mostra, la cui chiusura era programmata per il 31 gennaio 2010 è stata prorogata al 28 febbraio.

Se amate viaggiare (anche con la mente), aprirvi al “diverso”, proteggere la natura ed avere qualche immagine da ricordare nel tempo, non perdete questa Mostra. E’ pura cultura. C’è anche questa, una volta tanto.

Ve la consiglia il Vostro amico banzai43 col solito augurio di Buon futuro.

banzai43


domenica 31 gennaio 2010

Milano: spenta la luce americana


E. Hopper - Autoritratto

Milano, 31 gennaio 2010

Con oggi chiude, a Palazzo Reale, la mostra dedicata al grande pittore statunitense Edward Hopper. Nel complesso una bella mostra, la prima per importanza avvenuta in Italia.

Tralasciando i dettagli tecnici posso dirvi di aver molto riammirato i dipinti ed i disegni che, per la quasi totalità già avevo visto al Whitney Museum of American Art anni or sono. E visivamente soddisfatti erano anche coloro che, copiosi, hanno riempito le sale del bel palazzo.

L’esposizione ha permesso di percorrere tutte le tappe della lunga carriera di Hopper (sia in Europa che negli USA), il pittore della solitudine, degli spazi “suoi”, della luce. Il pittore che un giorno affermò: “Quello che vorrei dipingere è la luce del sole sulla parete di una casa”. Nessuno, per ora, è riuscito a farlo come Lui.

Una mostra che è valso la pena di ammirare. Peccato per coloro che non hanno avuto il tempo di farlo.

A Voi tutti l’usuale augurio di buon futuro.

banzai43

E. Hopper - Nottambuli

sabato 30 gennaio 2010

Natale al fronte

NATALE AL FRONTE

Racconto trovato in “rete”,
quando e dove non ricordo.
Lo ripubblico senza il nome dell'autore
che mi è ignoto, per il piacere che m'ha dato leggerlo.
banzai43


Nel dicembre 1914 inglesi e tedeschi si fronteggiavano da due trincee separate da una striscia di terra brutta e piatta, divisa al centro da filo spinato.

Di tanto in tanto delle sagome avanzavano furtivamente nella “terra di nessuno”, ma la maggior parte dei soldati si trovava più basso dell’orizzonte a sopportare il fango e l’acqua che stagnavano nelle trincee, intenti solo ad evitare il fuoco del nemico.

La Vigilia di Natale, l’aria era fredda e piena di nebbia. Improvvisamente dei soldati inglesi stupefatti videro delle luci avanzare lungo le trincee nemiche. Poi venne l’incredibile suono di un canto. I soldati tedeschi cantavano “Stille Nacht”. Quando il canto cessò i soldati inglesi risposero con “First Christmas”.

Il canto da entrambe le parti durò per un’ora. Poi una voce invitò tutti a superare le linee. Un tedesco con grande coraggio uscì dalla trincea, attraversò la “terra di nessuno” e scese nella trincea inglese. Altri commilitoni lo seguirono, con le mani in tasca per dimostrare che erano disarmati.

“Io sono un sassone e voi degli anglo-sassoni. Perché mai combattiamo?” chiese.

Nell’alba limpida e fredda del giorno di Natale non ci fu nessuna sparatoria. Gli uomini avevano stabilito fra loro di dichiarare la pace.

“Uno spirito più forte della guerra era all’opera quella notte”, commentò un osservatore.

I comandanti di entrambe le parti non approvarono. Essi sapevano che l’amicizia fra nemici dichiarati avrebbe impedito la guerra. Ma la tregua continuò. Perfino gli uccelli selvatici, che tanto tempo prima occupavano il rumoroso campo di battaglia, ritornarono e furono nutriti dai soldati.

Se gli uomini avessero potuto obbedire alloro desiderio di amicizia e di pace e la tregua non fosse finita subito dopo Natale, sarebbero stati salvati 9 milioni di uomini.

Un soldato inglese che aveva preso parte a quella memorabile pace natalizia morì all’età di 85 anni.

Fino alla fine dei suoi giorni non poteva sentire “Stille Nacht” senza che le lacrime gli rigassero le guance.

Si ricordava degli amici tedeschi che aveva avuto in quel giorno di Natale e che, per quanto ne sapeva, aveva poi ucciso nei giorni che seguirono.



mercoledì 20 gennaio 2010

Una gamba di sedia

UNA GAMBA DI SEDIA

Racconto acquisito dalla “rete”, non ricordo né dove né quando
mi spiace, ma vale la pena leggerlo.
banzai43

Tutto cominciò nella sede dell’Alto Comando di Tutte le Guerre. Un giovane con la divisa da sergente del Super Esercito era stato convocato da uno dei Grandi Generali. Una sentinella lo fece entrare nell’ufficio del Generale.

“Si sieda, giovanotto “, disse l’alto ufficiale.

“Grazie “, rispose il giovane sergente, e si sedette.

“Ho sentito voci sul suo conto”, esordì l’ufficiale in tono di simpatia. “Oh, niente di importante. Nervosismo. Un certo senso di disagio. Sono mesi ormai che sento parlare di lei, e così ho pensato di chiamarla. Magari le piacerebbe cambiare lavoro. All’estero, forse, o in una zona di guerra? Se stare dietro una scrivania l’annoia, vorrebbe tornare alle vecchie battaglie? “.

“Credo di no “, rispose il giovane sergente.

“Che cosa vuole allora?”.

Il sergente scrollò le spalle e si guardo le mani: “Vivere in pace. Sapere che durante la notte, chissà come, i cannoni di tutto il mondo si sono arrugginiti, i batteri delle armi batteriologiche non sono più buoni neanche a fare lo yogurt, i carri armati e i bombardieri sono sprofondati come mostri preistorici nelle strade trasformate in pozzi di catrame. Ecco che cosa vorrei “.

“È quello che tutti vorremmo, naturalmente”, disse l’ufficiale, anche se i suoi occhi dicevano il contrario. “Ma ora basta con queste chiacchiere idealistiche e mi dica dove vorrebbe essere mandato. A lei la scelta: o la Zona di Guerra orientale o la Zona di Guerra settentrionale”.

Il Generale indicò una mappa rosa distesa sul tavolo.

Ma il giovane sergente continuò come se stesse parlando con le sue mani che continuava a muovere e a fissare intensamente. “Che cosa fareste voi ufficiali, che cosa faremmo noi soldati, che cosa farebbe il mondo se domani, svegliandoci, scoprissimo che tutte le armi si sono ridotte in polvere? “.

La Macchina

L’ufficiale si accorse che doveva dare fondo a tutta la sua diplomazia per trattare con il sergente. Accennò un sorriso. “È una domanda interessante. Mi piacciono molto le discussioni teoriche e sono convinto che se accadesse una cosa del genere, il mondo intero cadrebbe in preda al panico. Ogni nazione penserebbe di essere l’unica disarmata e accuserebbe i nemici della responsabilità del disastro. Ci sarebbe un’ondata di suicidi, i mercati azionari crollerebbero, insomma un milione di tragedie. Mi creda: è la guerra che fa vivere il mondo! “.

“E dopo? “, domandò il sergente. “Quando la gente si accorgesse che è vero, che ogni nazione è disarmata e che non c’è nulla da temere, se fossimo tutti nelle condizioni di ricominciare daccapo un nuovo modo di vivere, che cosa succederebbe?”.

“Le nazioni si riarmerebbero il più in fretta possibile”.

“E se anche questo potesse essere impedito? “.

“Ci si combatterebbe a pugni. Sterminati eserciti di uomini armati di guantoni con punte d’acciaio si schiererebbero ai confini di ogni paese. E se si strappassero loro i guantoni, si combatterebbe con le unghie e con i denti. E se gli si amputassero le braccia, si sputerebbero addosso. E se gli si tagliasse la lingua e gli si conficcasse in bocca un tappo, riuscirebbero a riempire l’atmosfera con una concentrazione di odio tale da uccidere tutti gli insetti e far piombare stecchiti a terra gli uccelli dai fili del telefono”.

“Allora non pensa che sarebbe una cosa buona? “, domandò il sergente.

“Neanche per sogno. La guerra è utile. È la forza che manda avanti il mondo! Metta via la sua “ruggine” e pensi ad una bella battaglia! “.

Il giovane sergente alzò la testa di scatto. “Come fa a sapere che ce l’ho? “.

“Che cosa? “.

“La ruggine, naturalmente “.

“Ma di che cosa sta parlando? “.

“Posso farlo, capisce? Potrei mettere in moto la ruggine stasera stessa, se volessi”.

L’ufficiale scoppiò a ridere. “Lei sta scherzando “.

“Non mi sogno neanche. Volevo venire io da lei a parlare. Sono lieto che mi abbia chiamato. È da anni che lavoro a questa mia invenzione, è il sogno della mia vita. Ha a che fare con la struttura di certi atomi. Se si studiano attentamente, si scopre che la sequenza degli atomi nell’acciaio obbedisce a una regola precisa. Quello che cercavo io era un fattore che mettesse scompiglio negli atomi. Come sa, io sono laureato in fisica e metallurgia. L’idea da cui sono partito è che esiste nell’aria, in ogni momento, una sostanza ossidante. È il vapore acqueo. Ho trovato il modo di dirigerlo a colpo sicuro. Un raggio di vapore acqueo concentrato. Non lo dirigerò contro ogni tipo di metallo, naturalmente. La nostra civiltà è fondata sull’acciaio e io non vorrei certo distruggere la maggior parte degli edifici. Mi limiterei a eliminare i cannoni e i proiettili, i carri armati, gli aerei, le navi da guerra. Posso adattare la macchina anche al rame, all’ottone e all’alluminio, se necessario. Basta che passi vicino a quelle armi per farle disgregare”.

Il generale guardava il sergente con gli occhi fissi e la bocca aperta. Gli si leggeva in faccia un pensiero preciso: “Hanno proprio ragione, è completamente matto! “. Infilò una mano nella tasca interna della giacca e ne trasse una costosa penna a sfera il cui cappuccio era costituito da una pallottola di fucile. Tolse il cappuccio e cominciò a riempire un modulo. “Voglio che porti questo al dottor Mattei e che si faccia visitare dalla testa ai piedi. Non che sospetti niente di male, sia chiaro. Ma non sente anche lei il bisogno di rivolgersi ad un medico?”.

Un mucchietto di polvere finissima

“Lei pensa che io stia mentendo a proposito della macchina”, ribatté il sergente. “Invece non mento. È così piccola che la si può nascondere in un pacchetto di sigarette, ma ha un raggio d’azione di millecinquecento chilometri. Potrei coprire l’intero paese in pochi giorni, adattando la macchina ad un certo tipo d’acciaio. Le altre nazioni non potrebbero approfittarne, perché farei subito arrugginire le loro armi se tentassero di invaderci. Nel giro di un mese il mondo intero sarebbe liberato per sempre dalla guerra. Non so come sono riuscito a inventare la macchina. È impossibile, a prima vista. Ma dicevano impossibile anche la radio e l’aeroplano. Nessuno pensa che potrà mai esserci la pace. Ma la pace verrà”.

“Vada subito a farsi visitare dal dottor Mattei “, disse in fretta l’ufficiale.

“No. Lascio la base entro pochi minuti. Ho un lasciapassare”.

Il sergente aprì la porta dell’ufficio e uscì.

L’uscio si richiuse e l’ufficiale rimase solo. Sospirò. Si strofinò le mani sugli occhi. Poi trillò il telefono. Rispose con voce assente.

“Oh, salve, dottore. Stavo proprio per chiamarla”. Una breve pausa. “Quel sergente è matto da legare. Volevo mandarlo da lei. Può andare in giro così? Ah, è innocuo. Se lo dice lei, dottore. Probabilmente ha bisogno di riposo, di un lungo riposo. Il povero ragazzo ha delle allucinazioni piuttosto interessanti. Sì, sì. Un vero peccato. Ma sono i guai che combina una guerra così lunga, immagino “.

Cominciò a parlare il medico.

Il Generale stette ad ascoltarlo annuendo. “Voglio prendere un appunto. Aspetti un istante”. Si infilò la mano nel taschino per prendere la penna. Niente. Si passò le mani in tasca. Si mise a perlustrare tutti i cassetti. Ricontrollò il taschino del giubbotto. Niente. Poi infilò lentamente le dita nel taschino, fino in fondo. Fra il pollice e l’indice afferrò un pizzico di qualcosa.

La sparse sulla scrivania: un mucchietto di polvere finissima, ruggine color arancione.

Restò immobile a guardarla per qualche secondo. Poi afferrò il telefono di servizio. “Pronto, posto di guardia, ascoltatemi. C’è un uomo che vi passerà davanti da un momento all’altro, lo conoscete, il sergente Hollis. Fermatelo, sparategli addosso, uccidetelo se è necessario, non fategli domande, è il comandante che vi parla. Sì, uccidetelo, avete sentito bene! “.

“Ma, signore”, disse una voce sconvolta all’altro capo della linea. “Non posso, proprio non posso… “.

“Come sarebbe a dire che non può, maledizione! “.

“Il fucile si è polverizzato… “.

Il Generale sprofondò nella poltrona. Per mezzo minuto rimase inerte, boccheggiante.

Fuori, in quel momento, gli hangar si stavano sbriciolando in soffice polvere dorata, i bombardieri venivano portati via dal vento in una nuvola di ruggine rossiccia, i carri armati stavano sfaldandosi. Anche le autoblindo si stavano dissolvendo in sbuffi di polvere, i loro autisti si trovavano improvvisamente a sedere sull’asfalto ancora con i pugni chiusi intorno ad un volante che non c’era più.

“Ascoltatemi, ascoltatemi “, urlò l’ufficiale. “Inseguitelo, prendetelo con le mani, strozzatelo con i pugni, pestatelo con i piedi, ma prendete quell’uomo! “. Riappese il ricevitore.

Istintivamente aprì di scatto l’ultimo cassetto della scrivania per prendere la pistola. Un mucchi etto di ruggine bruna riempiva la fondina nuova di cuoio. Balzò in piedi.

Mentre usciva dal suo ufficio afferrò una sedia. È di legno, pensò. La scaraventò due volte contro il muro e la sedia andò in pezzi. Raccolse una delle gambe, la impugnò con forza, il volto rosso di eccitazione e rabbia, il respiro che gli usciva affannoso dalle narici, la bocca spalancata. Si percosse il palmo della mano sinistra con la gamba della sedia, come per provarla. “Va bene, a noi! “.

Si precipitò all’aperto con un urlo sbattendosi la porta dietro le spalle.

Come finirà questa storia? Il Generale raggiungerà il sergente e lo fermerà con la sua clava? O il sergente riuscirà a polverizzare tutte le armi del mondo?

venerdì 25 dicembre 2009

L’albero di Natale

(in letteratura)

dalla rivista Internazionale n. 827/2009


Molti classici della letteratura internazionale hanno raccontato il Natale parlando di uno dei simboli delle feste, l’abete decorato con luci e palline colorate. Il New Yorker passa in rassegna questi riferimenti da Truman Capote ad Anton Cechov.

Truman Capote ricorda quando da ragazzo con un suo amico aveva abbattuto un abete per portarselo a casa in A Christmas memory: “‘Dovrebbe essere alto il doppio di un ragazzino, così che un ragazzino non possa rubare il puntale’, disse il mio amico. L’albero che scegliemmo era alto il doppio della mia altezza”.

Poi c’è Un albero di Natale di Charles Dickens: “C’era di tutto e anche di più. Una variopinta collezione di oggetti strani era appesa all’albero di Natale come frutti magici. Una materializzazione delle fantasie dell’infanzia. Tutto questo mi faceva pensare al fatto che tutti gli alberi e tutte le cose che esistono sulla terra avevano le loro decorazioni naturali, in quei tempi tanto belli da ricordare. Ora che sono a casa di nuovo e da solo, i miei pensieri vanno indietro a quel tempo, non riesco a resistere al fascino della mia stessa infanzia”.

L’albero di Natale di David Herbert Lawrence è in Aaron’s Rod: “‘Quello che ha detto Josephine è semplicemente che vorrebbe mettere delle candele su uno di quegli alberi là fuori invece di portarne uno dentro casa’, spiegò Robert. Subito dopo erano tutti intorno all’abete alla fine del prato. La notte intorno era silenziosa, calma. Non c’era vento. Solo qualche rumore di motore in lontananza. ‘Le accendiamo appena le abbiamo fissate o le conserviamo per il brindisi finale?’, chiese Robert”.

(immagine copiata dal Blog di Sherazade)

lunedì 23 marzo 2009

Avere il coraggio di volare


Avere il coraggio di volare


… E quando diventò grande, suo padre gli disse:

“Figlio mio: non tutti nascono con le ali. Anche se non sei obbligato a volare, sarebbe un peccato se ti limitassi a camminare avendo le ali che il buon Dio ti ha regalato”.

“Ma io non so volare” rispose il figlio.

“Vieni” disse il padre. Lo prese per mano e lo condusse in montagna, sull’orlo di un precipizio. “Vedi, figliolo? Questo è il vuoto. Quando vorrai, potrai volare. Ma dovrai venire quassù, poi prendi un bel respiro e ti butti nel precipizio. Quando sarai nel vuoto distenderai le ali e riuscirai a volare…”

Il figlio esitava. “E se cado?”

“Anche se cadessi non moriresti. Ti farai soltanto qualche graffio che ti renderà più forte per il prossimo tentativo” rispose il padre.

Il figlio ritornò in paese dagli amici, i compagni con cui aveva camminato per tutta la vita. I più ottusi gli dissero: “Ma sei impazzito? Perché dovresti farlo? Tuo padre è tutto matto… A che ti serve volare? Perché non la pianti con queste sciocchezze? E poi che bisogno c’è di volare?”

Anche gli amici dalla mente più lucida avevano paura: “Ma sarà poi vero? Non sarà mica pericoloso? Perché non cominci piano piano? Comunque, prima prova a buttarti giù da una scala …. O dalla cima di un albero. Certo che dalla cima di una montagna…”.

Il giovane ascoltò il consiglio di chi gli voleva bene.

Si arrampicò fin sulla cima di un albero e facendo appello a tutto il suo coraggio si buttò… Dispiegò le ali. Le agitò nell’aria con tutte le sue forze… Ma purtroppo… si schiantò al suolo.

Con un grosso bernoccolo sulla fronte andò incontro al padre.

“Mi hai mentito! Non posso volare. Ci ho provato e guarda che botta! Non sono come te. Le mie ali sono solo di figura…” si mise a piagnucolare.

“Figlio mio” disse il padre. “Per volare occorre creare lo spazio di aria necessario per dispiegare le ali. E’ come buttarsi con il paracadute: hai bisogno di una certa altezza per lanciarti. Per imparare a volare, si deve sempre cominciare dal correre un rischio.

Se non si vogliono correre rischi, sarà meglio rassegnarsi e continuare a camminare per sempre…”


da:‘ Raccontami ‘Jorge Bucay

giovedì 12 marzo 2009

Dicono che tutti i giorni ...

Consigli per vivere meglio e in salute

(copiato integralmente, tempo addietro, dal blog dell’amica Kat)

questo il Suo blog attuale:

http://katherinem.splinder.com

Dicono che tutti i giorni dobbiamo mangiare una mela per il ferro e una banana per il potassio. Anche un’arancia per la vitamina C e una tazza di thè verde senza zucchero, per prevenire il diabete.
Tutti i giorni dobbiamo bere due litri d’acqua (sì, e poi fare pipì, che richiede il doppio del tempo che hai perso per berteli).
Tutti i giorni bisogna mangiare un Actimel o uno yogurt per avere i “L. Cassei Defensis”, che nessuno sa bene che cosa cavolo sono, però sembra che se non ti ingoi per lo meno un milione e mezzo di questi bacilli (?) tutti i giorni, inizi a vedere sfocato.
Ogni giorno un’aspirina, per prevenire l’infarto, e un bicchiere di vino rosso, sempre contro l’infarto. E un altro di bianco, per il sistema nervoso. E uno di birra, che già non mi ricordo per che cosa era.
Se li bevi tutti insieme, ti può dare un’emorragia cerebrale, però non ti preoccupare perché non te ne renderai neanche conto.
Tutti i giorni bisogna mangiare fibra. Molta, moltissima fibra, finché riesci a evacuare un maglione. Si devono fare tra i 4 e 6 pasti quotidiani, leggeri, senza dimenticare di masticare 100 volte ogni boccone. Facendo i calcoli, solo in mangiare se ne vanno 5 ore. Ah, e dopo ogni pranzo bisogna lavarsi i denti, ossia dopo l’Actimel e la fibra lavati i denti, dopo la mela i denti, dopo il banano i denti… e così via finché ti rimangono dei denti in bocca, senza dimenticarti di usare il filo interdentale, massaggiare le gengive, il risciacquo con Listerine…
Meglio ampliare il bagno e metterci il lettore di CD, perché tra l’acqua, le fibre e i denti, ci passerai varie ore lì dentro.
Bisogna dormire otto ore e lavorare altre otto, più le 5 necessarie per mangiare, 21. Te ne rimangono 3, sempre che non ci sia traffico. Secondo le statistiche, vediamo la tele per tre ore al giorno. Già non si può, perché tutti i
giorni bisogna camminare almeno mezz’ora (per esperienza: dopo 15 minuti torna indietro, se no la mezz’ora diventa una).
Bisogna mantenere le amicizie perché sono come le piante, bisogna innaffiarle tutti i giorni. E anche quando vai in vacanza, suppongo.
Inoltre, bisogna tenersi informati, e leggere per lo meno due giornali e un paio di articoli di rivista, per una lettura critica. Ah!, si deve fare sesso tutti i giorni, però senza cadere nella routine: bisogna essere innovatori, creativi, e rinnovare la seduzione.
Tutto questo ha bisogno di tempo.
E senza parlare del sesso tantrico (al riguardo ti ricordo che bisogna lavarsi i denti dopo che si mangia qualsiasi cosa!).
Bisogna anche avere il tempo di scopare per terra, lavare i piatti, i panni, e non parliamo se hai un cane o … dei FIGLI???
Insomma, per farla breve, i conti mi danno 29 ore al giorno.
L’unica possibilità che mi viene in mente è fare varie cose contemporaneamente: per esempio: ti fai la doccia con acqua fredda e con la bocca aperta così ti bevi i due litri d’acqua. Mentre esci dal bagno con lo spazzolino in bocca fai l’amore (tantrico) al compagno/a, che nel frattempo guarda la tele e ti racconta, mentre tu lavi per terra.
Ti è rimasta una mano libera?? Chiama i tuoi amici! E i tuoi! Bevi il vino (dopo aver chiamato i tuoi ne avrai bisogno). Il BioPuritas con la mela te lo può dare il tuo compagno/a, mentre si mangia la banana con l’Actimel, e domani fanno cambio. E meno male che siamo cresciuti, se no dovremmo trangugiare un ALPINITO Extra Calcio tutti i giorni. Uuuuf!
Però se ti rimangono due minuti liberi, invia questo messaggio ai tuoi amici (che bisogna innaffiare come una pianta) mentre mangi una cucchiaiata di Total Magnesiaco, che fa un mondo di bene.
Adesso ti lascio, perché tra lo yogurt, la mela, la birra, il primo litro d’acqua e il terzo pasto con fibra della giornata, già non so più cosa sto facendo però devo andare urgentemente in bagno.

E ne approfitto per lavarmi i denti.

mercoledì 4 marzo 2009

Il cambio degli armadi


Il cambio degli armadi


Cera una volta una principessa che decide di fare ordine nel suo armadio. Apre e scopre che è strapieno di abiti e abitudini che ha indossato durante le diverse stagioni della vita. Ce ne sono di colori chiari, scuri, sobri, accesi, di forme e tessuti diversi, larghi, stretti, lunghi, corti. Alcuni che appesantiscono, rallentano e impigriscono i suoi passi, e altri che la lasciano libera di muoversi, di camminare con passo leggero e veloce, alcuni che coprono dalla testa ai piedi, altri che con seducenti trasparenze esaltano le forme femminili.


Trova abiti che indossava quando era bambina, adolescente, giovane donna, abiti che ora non le stanno più. Trova abiti e abitudini che amici, amiche, parenti, amanti le hanno messo addosso, con le etichette ben chiare di quello che lei avrebbe dovuto rappresentare per soddisfare le loro aspettative. Ricorda chi glieli ha prestati o messi addosso, con quale intenzione e come lei si sia prestata a indossarli per essere come gli altri volevano che fosse o perché in quel momento o in quell’occasione non sapeva come apparire.


Nota che nell’armadio ci sono anche degli abiti che non ha mai indossato. Come mai? Per pudore, per timore, per riservatezza o perché ha perso un’occasione? Li prova per vedere come le stanno: ora può scegliere se indossarli adesso o se eliminarli dalla vista dei rimpianti.


Ora che ha visto che nel suo armadio ci sono abiti che non vuole più mettere addosso predispone tre scatole: una in cui disporre abiti e abitudini da restituire a chi glieli ha prestati, una seconda ciò che non le sta più bene e una terza ciò che potrà indossare in qualche occasione speciale ma che è inutile tenere in vista. Lascia così solo abiti e abitudini che oggi sono adatti al suo corpo, alla sua età, ai suoi desideri, al suo cuore, alla stagione della sua vita.


Dopo aver svuotato l’armadio guarda il vuoto che ha creato. E avverte un senso pieno di libertà. Finalmente si è liberata di abiti e abitudini del passato che non ha più intenzione di indossare. Ora può riempire quel vuoto con una pienezza che avverte profondamente. Ora che sente questa pienezza sa che da ora in poi indosserà solo abiti costruiti su misura dei suoi desideri e delle sue capacità e con una forma che metta in risalto i suoi migliori aspetti. Abiti che possano evidenziare chi è lei e chi vuole diventare, secondo le varie stagioni della vita.


Da : ‘ Giardiniere principesse porcospini’

Consuelo C. Casula

venerdì 6 febbraio 2009


da "Il piccolo principe" ...

In quel momento apparve la volpe.
"Buon giorno", disse la volpe.
"Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
"Sono qui", disse la voce, "sotto al melo..."
"Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino..."
"Sono una volpe", disse la volpe.
"Vieni a giocare con me", le propose il piccolo principe, sono così triste..."
"Non posso giocare con te", disse la volpe, "non sono addomestica".
"Ah! scusa", fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
"Che cosa vuol dire addomesticare?"
"Non sei di queste parti, tu", disse la volpe, "che cosa cerchi?"
"Cerco gli uomini", disse il piccolo principe.
"Che cosa vuol dire addomesticare?"
"Gli uomini" disse la volpe, "hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso! Allevano anche delle galline. E' il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?"
"No", disse il piccolo principe. "Cerco degli amici. Che cosa vuol dire "addomesticare ?"
"E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”..."
"Creare dei legami?"
"Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".
"Comincio a capire" disse il piccolo principe. "C'è un fiore... credo che mi abbia addomesticato..."
"E' possibile", disse la volpe. "Capita di tutto sulla Terra..."
"Oh! non è sulla Terra", disse il piccolo principe.
La volpe sembrò perplessa:
"Su un altro pianeta?"
"Si".

"Ci sono dei cacciatori su questo pianeta?"
"No".
"Questo mi interessa. E delle galline?"
"No".
"Non c'è niente di perfetto", sospirò la volpe. Ma la volpe ritornò alla sua idea:
"La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà illuminata. Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano..."
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
"Per favore... addomesticami", disse.
"Volentieri", disse il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose".
"Non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe. "Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!"
"Che cosa bisogna fare?" domandò il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe. "In principio tu ti sederai un po' lontano da me, così, nell'erba. Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino..."
Il piccolo principe ritornò l'indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore... Ci vogliono i riti".
"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe. "E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore. C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza".
Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l'ora della partenza fu vicina:
"Ah!" disse la volpe, "... piangerò".
"La colpa è tua", disse il piccolo principe, "io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi..."
"E' vero", disse la volpe.
"Ma piangerai!" disse il piccolo principe.
"E' certo", disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"

"Ci guadagno", disse la volpe, "il colore del grano".
Poi soggiunse:
"Va' a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose.
"Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo".
E le rose erano a disagio.
"Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiata. Perché è lei che ho messa sotto la campana di vetro. Perché è lei che ho riparata col paravento. Perché su di lei ho uccisi i bruchi (salvo i due o tre per le farfalle). Perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere. Perché è la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse.

"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi". "L'essenziale è invisibile agli occhi", ripeté il piccolo principe, per ricordarselo. "E' il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante". "E' il tempo che ho perduto per la mia rosa..." sussurrò il piccolo principe per ricordarselo. "Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa..." "Io sono responsabile della mia rosa..." ripeté il piccolo principe per ricordarselo.

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