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lunedì 20 settembre 2010

della creazione del denaro e dei nuovi ladri

La crisi economica mondiale è stata pagata dai lavoratori e solo da essi, due volte o forse tre.

Sono scomparsi i loro risparmi, variamente investiti. Hanno perso posti di lavoro. Sono stati ancor più impoveriti dall’innalzamento (diretto ed indiretto) di imposte e di tasse il cui gettito, ad iniziativa dei Governi, è servito a tamponare la voragine generata dagli effetti della commercializzazione di titoli spazzatura ed altre diavolerie del genere scientemente generata e gestita dal sistema finanziario internazionale.

Le misure prese dopo lo scoppio della crisi, anche le più recenti a livello UE, non saneranno un accidenti. Basta leggerle con un minimo d’attenzione e poche nozioni di ragioneria. I responsabili non hanno pagato e continueranno a non pagare. Gran parte di essi sono già riposizionati e fra un po’ faranno nuovi danni altrove.

Le banche, che poco rafforzeranno i loro patrimonii, potranno continuare a comperare, con denari non loro, ma dei depositanti ovvero nostri, “carta” di dubbia qualità.

A fronte di profitti, scritturali (quindi ancora da concretizzarsi realmente) gli Istituti di credito elargiranno, ai manager, nuovi bonus schifosamente alti. Le perdite, invece, queste si reali, saranno imposte al solito Pantalone: l’azionista, ma non quello di riferimento che, ben ”addentro”, avrà saputo interpretare i consigli, non velati, degli amici di sempre.

No. A pagare sarà il Pantalone solito (si mi ripeto): il piccolo azionista o sottoscrittore d’obbligazioni; l’operaio, l’impiegato, il pensionato e la vedova che intendono far fruttare, ma non perdere, i loro risparmi. Le persone, cioè, che entrano in banca con timore, fiducia e rispetto, fidandosi del Funzionario di banca. Anzi, confidando che quel Funzionario, che conoscono da anni, mai li tradirebbe.

Poveri illusi. Ricordiamoci sempre, per limitarci ai più recenti casi italiani, questi nomi: Parmalat, Cirio, Tango bond (prestito argentino).


Questo post nasce, come ex addetto ai lavori, dalla pochezza delle misure prese, da speranze di pulizia disattese, dalla frustrazione letta negli occhi di amici quasi rovinati. E non accetto il consiglio di chi mi dice di lasciar perdere perché “così va il mondo”. Per quello che serve mi ribello.

Ma questo è un motivo secondario. Quello primario è il ritrovamento di una frase che avevo annotato tempo addietro. La regalo a Voi, amici miei carissimi e cortesi lettori, come spunto di riflessione.

Buon inizio settimana.

banzai43

L’attuale creazione del denaro dal nulla operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto.

Maurice Allais

sabato 4 settembre 2010

dell'amore per la fabbrica

Un giudice ha imposto a FIAT la riassunzione di tre operai rei, a detta di questa, di sabotaggio di una linea di montaggio. Vero, non vero, chissà. Certamente qualcosa è accaduto. Alla lettura del quotidiani è seguito un mio ricordo letterario che vi offro con gioia a dimostrazione che, nel tempo, i sentimenti verso “la fabbrica” son certamente mutati.



“… La fabbrica diventava per me, come per lui, un essere gigantesco che ci strappava da ogni altra preoccupazione, che ci teneva perennemente accesa la fantasia e saldi i nervi, e si faceva amare; – angolo di vita vertiginosa, da cui eravamo soggiogati, mentre credevamo di esserne i dominatori.”

Sibilla Aleramo – UNA DONNA

sabato 27 marzo 2010

Alberi, alberi e ancora alberi ...


Iniziativa del presidente dell’Organizzazione Agricola Italiana

Confagricoltura, 5 milioni di alberi

contro le frane e i danni dell’effetto serra

(il Ministro Stefania Prestigiacomo)

articolo ripreso dalla rete:

http://www.italysoft.com/news/adnkronos.html

In totale saranno piantati oltre 16mila ettari di nuovi boschi, un passo importante per impiegare parte di quella superficie potenzialmente utilizzabile per la forestazione che si stima attorno a 2 milioni ettari

Taormina 27 marzoCinque milioni di alberi per contenere frane e prevenire alluvioni, ma anche per abbassare le emissioni di C02 responsabili dell’effetto serra. L’iniziativa e’ di Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura che ha firmato un accordo con il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo al forum ‘Il futuro Fertile’ a Taormina sulla Green economy che mira a un riconoscimento maggiore del ruolo dell’agricoltura ai fini del contenimento dlele emissioni di C02. Il ministro si e’ detta “particolarmente lieta di firmare questo accordo con la Confagricoltura”.

“E’ un accordo per un ruolo dell’agricoltore di recupero e salvaguardia del paesaggio e del territorio che rientra in un nuovo piano di riforestazione per il paese” ha continuato Vecchioni. “Sono temi che il ministro Prestigiacomo conosce benissimo, qui abbiamo governo e istituzioni europee. Noi vogliamo essere invecentivati per un’azione sul terriorio, sia che si parli di agrumeti, sia di oliveti o di altro. E’ un’attivita’ non solo di presidio, perche’ gli agricoltori non siano giardinieri ma garanti del territorio. Ogni giorno facciamo un atto di amore quando coltiviamo terra” ha concluso Vecchioni.

Il piano messo a punto da Confagricoltura non trascura la realizzazione di nuovi boschi in aree non agricole ma prevede interventi in zone urbane e periurbane per mitigare l’impatto ambientale. In totale saranno piantati oltre 16mila ettari di nuovi boschi, un passo importante per impiegare parte di quella superficie potenzialmente utilizzabile per la forestazione che si stima attorno a 2 milioni ettari.

venerdì 26 marzo 2010

Raiperunanotte: i teleribelli

Santoro in onda da Bologna buca la censura di Berlusconi. Appello a Napolitano: abbiamo il diritto e il dovere di farci sentire

articolo di Silvia Truzzi da Il fatto quotidiano


http://antefatto.ilcannocchiale.it

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Il bavaglio è diventato un megafono. ….. Chi la fa l’aspetti: la rivincita viaggia on line: 120mila accessi Internet contemporanei. E va in scena in un Palazzetto dello sport. Qui, di solito, gli spalti si riempiono per le partite di basket, ….. Il Paladozza stasera accoglie tutti gli squalificati di un gioco senza più regole né arbitri: ecco Raiperunanotte, (e)versione di Annozero dopo il cartellino rosso dell’Authority.

Michele Santoro l’aveva spiegato: “Stiamo dentro un filo spinato, ma proviamo a tagliarlo”. Dal buco della impar-condicio unilaterale, violata a piacimento dal premier (e se se n’è accorta perfino l’Agcom) sono passate migliaia di cittadini, davanti a computer, televisioni, maxischermi. …..

Resistere si può e chi intendeva spegnere voci “stonate” ha ottenuto il risultato opposto. Quelli che “rompono sempre i coglioni”, continuano a farlo: la rispettosa dichiarazione viene rilasciata a Luca Bertazzoni, inviato di Santoro, da un militante del Pdl durante la manifestazione di piazza San Giovanni. Le altre affettuose parole sono poco riferibili: le più tenere si augurano la morte di Di Pietro, Travaglio, Santoro. Come si dice: quanti crimini sono stati commessi in nome dell’amore?

Ammorbati

Dal mal d’amore al cancro, è la campagna elettorale delle malattie. Il segretario nazionale della Federazione nazionale della stampa Siddi spiega al pubblico che il “vero cancro è la manipolazione”. Ed è solo l’antipasto. Michele Santoro, nell’editoriale di apertura della puntata, si rivolge a Napolitano per suggerirgli che tra i tanti acciacchi della nostra malridotta democrazia, il peggiore è il conflitto d’interessi.

Poco prima erano andati in onda due spezzoni registrati: un Mussolini affacciato al balcone e un terribilmente simile Silvio Berlusconi in piazza San Giovanni.

“Presidente”, inizia Santoro, “noi non siamo dentro il fascismo. Ma certe assonanze sono davvero preoccupanti”. E racconta che proprio oggi ricorre l’anniversario della chiusura della Radio Libera di Partinico – l’emittente di Danilo Dolci – silenziata il 25 marzo del 1970. “Vorrei ricordarle, con grande umiltà, che il presidente Nixon per una telefonata dovette dimettersi”. Poi Santoro lancia sos a Napolitano, citando ancora il sociologo siciliano: “E’ un delitto di enorme gravità quando si registra un’interferenza diretta della politica sulla libertà d’informazione”. E aggiunge: “Questa è una violenza fatta alla Costituzione”. Però attenzione, perché come spiega Gad Lerner: “La censura crea sempre il suo antidoto”.

Il telefono no – “Chiudere i pollai pagati con i soldi pubblici”. Era l’ordine di Berlusconi all’Agcom. Invece le galline sono scappate e dimostrano che libere nell’aia fanno più rumore che chiuse nel recinto. Così le intercettazioni, eterno cruccio di un premier che non riesce nemmeno se legato a star lontano dalla cornetta, vanno in onda: Mills, Cosentino, Trani, un po’ per tutti i gusti. Santoro con Ruotolo le ripropone per dimostrare che tutti i paletti messi ad Annozero non erano un caso. E stasera vanno in onda le conversazioni che hanno “aperto il fuoco” sul programma di RaiDue e a cascata su tutti gli altri. “Non si parla di processi in tv. I processi si fanno in tribunale” (quando si riesce). E infatti, guarda la coincidenza, le docu-fiction vengono ritirate dal commercio. Pochi minuti prima dell’inizio, il presidente della Fnsi Roberto Natale parla al pubblico del Paladozza ormai strapieno. E racconta che ai signori di “questa vergognosa Rai” il vizio di telefonare non passa: in queste ore continuano a chiamare per sapere che cosa andrà in onda. Senza parole, senza pudore: come se dovesse interessare alla Rai un programma che si può vedere praticamente dappertutto fuorché sulla Rai. Anche se in Fede, le intercettazioni mica sono il Vangelo. Berlusconi non vuol far chiudere nessuno: lo spiega dallo schermo il direttore del Tg4 intervistato da Stefano Maria Bianchi. Ed è così in buona che quasi quasi gli dispiace di non essere presente.

Testimonial – In effetti chi c’è c’è, chi non c’è si nota. Lo dice Elio in una pausa delle prove, che si aggira aggrottando le sopracciglione. “Molti miei colleghi avrebbero potuto venire, invece hanno scelto di non correre nessun rischio”. Lui, con Storie tese, ha deciso cantare “Italia amore mio” del trio degli orrori, liberamente interpretata. Ma anche senza cambiare il testo va bene lo stesso: “Io non avevo fatto niente e non potevo ritornare”. Da Emanuele Filiberto a Santoro, il paradosso degli esili. E poi ci sono Giovanni Floris (che sulle intercettazioni e sulle rivoluzioni però prende le distanze), Norma Rangeri, Vauro, Roberto Pozzan, Giulia Innocenzi, Marco Travaglio applauditissimo.

Daniele Luttazzi – accolto con un calore straordinario – fa un monologo “approvato dalla Cei” per spiegare come ce l’hanno messo in quel posto: “A fare un uso criminoso della Rai sono Berlusconi e Masi. Sono otto anni che aspettavo di dirlo”. E ancora i volti di RaiTre Milena Gabanelli e Riccardo Iacona. La sigla è live: per l’occasione suonata al piano dall’autore, il maestrp Nicola Piovani. Sandro Ruotolo ha registrato uno sketch con Roberto Benigni. Si esibiscono Teresa de Sio, Antonio Cornacchione e il trio Medusa in una strepitosa satira del Tg1 (forse ha riso perfino Minzolini). I grandi vecchi: Mario Monicelli pronuncia la parola rivoluzione, Gillo Dorfles parla di democrazia viziata. E li ascoltano moltissimi giornalisti venuti perché tutto questo è voluto anche da Fnsi e Usigrai. C’è Morgan, simbolo (vabbè) della censura tossica che suona con Antonello Venditti, prima di ingarbugliarsi in un discorso fischiato dal pubblico. Non c’è Enzo Biagi. Però c’è Loris Mazzetti, par condicio a due velocità. Nella Rai di Masi e Minzolini lui è stato sospeso per dieci giorni a causa degli articoli apparsi sul Fatto. Siede dietro un filo spinato (ma ha un sacco di buchi).

mercoledì 24 marzo 2010

Europa, problemi vecchi e nuovi


La guerra dei club

Il 15 Marzo Gazeta Wyborcza, in base alle conclusioni

di un analista bulgaro (Ivan Krastev), faceva il punto sulla situazione

europea. Ne è uscito un articolo interessante. Ve ne

propongo qualche stralcio, a mio giudizio fra i più

significativi, per fare un poco di bla bla bla anche

sull’Europa della cui unificazione si evita, ormai, di parlare.

E, per come la penso io, è un errore.

Ma attenzione. Non è finita. Sta per aprirsi

il capitolo Portogallo. Cosa seguirà?

banzai43

Ingresso vietato a polacchi e bulgari. Angelo Cavalli,  Presseurop
I membri fondatori contro gli ultimi arrivati, gli stati insolventi contro quelli virtuosi, i governi che chiedono continuamente contro quelli che penano ad accettare le conseguenze dell’Unione. (Omissis) … una nuova faglia che divide l’Unione europea.
Diciamoci la verità: se la Grecia fosse un paese dell’Europa centrale la “crisi greca” non ci sarebbe mai stata. Primo, Germania e Francia non avrebbero mai ammesso nella moneta unica un paese specializzato in inefficienza economica, pessime abitudini politiche e con un gran talento per la contabilità “creativa”. Secondo, se anche la Grecia “centroeuropea” fosse finita in qualche modo nell’eurozona, c’è da scommettere che Bruxelles avrebbe tenuto sotto stretto controllo le finanze di Atene. Ma la Grecia non è in Europa centrale. Mentre la Commissione europea combatte a spada tratta la corruzione nei paesi del “club Yalta” gli altri, specialmente quelli del “club Med”, godono di un trattamento da europei virtuosi senza esserlo neanche lontanamente.
Immaginate un primo ministro bulgaro o romeno che controlla l’80 per cento dei media nazionali … Immaginate il capo di governo della Romania che si rifiuta di congelare i salari nonostante la crisi e gli ammonimenti di Bruxelles. L’Europa non è uguale per tutti: se succede a Sofia o Budapest è uno scandalo oltraggioso, se succede a Roma o Madrid è un piccolo fastidio. … Altrettanto preoccupante è la politica economica dell’attuale governo spagnolo, ma nessuno si azzarda a sollevare una critica aperta.
Bruxelles è sicuramente responsabile per la tragedia economica della Grecia. Il ruolo del governo dell’Unione è comparabile a quello recitato dai revisori della Arthur Andersen nello scandalo Enron. La crisi greca ha svelato una realtà inquietante nascosta dietro alla retorica della solidarietà europea. L’Ue parla di solidarietà ma gli stati europei non ne vogliono sapere. Per rendersene conto è sufficiente pensare che il 70 per cento dei tedeschi vogliono la Grecia fuori dall’Euro. Recentemente un membro del parlamento tedesco ha consigliato ad Atene un brillante rimedio per i problemi del paese: vendere qualche isola. Nel frattempo i media greci tirano fuori una storia dietro l’altra sull’occupazione nazista della Grecia … Diversamente da quanto si aspettavano molti politici e analisti, la crisi economica non ha risvegliato in Europa nessuno spirito di solidarietà. Anzi, è successo l’esatto contrario: la paura e la rabbia scatenatesi nei cittadini europei hanno partorito un sentimento di “rinazionalizzazione”.
Ed è l’Europa del sud, non quella centrale, il punto debole dell’economia comunitaria. Un anno fa si temeva che l’Europa centrale non avrebbe saputo affrontare la crisi in arrivo perché troppo viziata, politicamente instabile e con un’economia eccessivamente liberale. Oggi è evidente che le cose stavano e stanno diversamente. È l’Europa del sud – inconsistente, arretrata e lasciata troppo libera da Bruxelles – che non è in grado di rispondere alle sfide dell’emergenza economica. La differenza tra Ungheria e Grecia non sta nelle dimensioni dei problemi da affrontare, ma nella volontà politica dei governi di pagare il prezzo per uscire dal pantano. Al momento gli stati europei fuori dall’eurozona rispettano i criteri di Maastricht molto più di quelli che ne fanno parte. La Polonia è l’unica economia della Ue che non è stata colpita dalla recessione. Per dirla con le parole del primo ministro lituano, “fino a quando un paese non è membro della moneta unica i criteri di Maastricht bisogna applicarli seriamente. Ma una volta che sei dentro puoi fare praticamente quello che ti pare”.
L’Europa centrale può vantarsi di aver superato il test della crisi (almeno finora) e di aver dimostrato di essere la zona europea più pronta ad affrontare i cambiamenti. Ciononostante ha molto da perdere se l’Ue fraintenderà le cause della crisi greca e si abbandonerà ai suoi peggiori istinti. Secondo la maggioranza degli economisti, essere fuori dall’eurozona è un problema quando l’euro è in salute, ma è ancora peggio quando la moneta unica è in crisi. Paesi come Bulgaria ed Estonia temono oggi che la “ricompensa” per aver rispettato i dettami di Maastricht sarà un altro lungo stallo nella sala d’attesa dell’Euro.
La loro preoccupazione è che Francia e Germania, spaventate dalla vulnerabilità dei “Piigs” (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), concentrino le forze per consolidare l’eurozona prima di allargarla. La crisi economica ha avuto effetti collaterali: oggi l’Ue è più divisa di quanto lo sia mai stata dall’inizio della guerra in Iraq. Fortunatamente, non è più una questione di “vecchia Europa” contro “nuova Europa”, ma di stati dell’euro contro gli altri. Sfortunatamente, se date un’occhiata a una cartina geografica vedrete che l’eurozona coincide con la vecchia Europa e gli altri sono quasi tutti i paesi del club Yalta. (as)
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Europa, problemi vecchi e nuovi


La guerra dei club

Il 15 Marzo Gazeta Wyborcza, in base alle conclusioni

di un analista bulgaro, faceva il punto sulla situazione

europea. Ne è uscito un articolo interessante. Ve ne

propongo qualche stralcio, a mio giudizio fra i più

significativi, per fare un poco di bla bla bla anche

sull’Europa della cui unificazione si evita, ormai, di parlare.

E, per come la penso io, è un errore.

Ma attenzione. Non è finita. Sta per aprirsi

il capitolo Portogallo. Cosa seguira?

banzai43

Ingresso vietato a polacchi e bulgari. Angelo Cavalli,  Presseurop
I membri fondatori contro gli ultimi arrivati, gli stati insolventi contro quelli virtuosi, i governi che chiedono continuamente contro quelli che penano ad accettare le conseguenze dell’Unione. (Omissis) … una nuova faglia che divide l’Unione europea.
Diciamoci la verità: se la Grecia fosse un paese dell’Europa centrale la “crisi greca” non ci sarebbe mai stata. Primo, Germania e Francia non avrebbero mai ammesso nella moneta unica un paese specializzato in inefficienza economica, pessime abitudini politiche e con un gran talento per la contabilità “creativa”. Secondo, se anche la Grecia “centroeuropea” fosse finita in qualche modo nell’eurozona, c’è da scommettere che Bruxelles avrebbe tenuto sotto stretto controllo le finanze di Atene. Ma la Grecia non è in Europa centrale. Mentre la Commissione europea combatte a spada tratta la corruzione nei paesi del “club Yalta” gli altri, specialmente quelli del “club Med”, godono di un trattamento da europei virtuosi senza esserlo neanche lontanamente.
Immaginate un primo ministro bulgaro o romeno che controlla l’80 per cento dei media nazionali … Immaginate il capo di governo della Romania che si rifiuta di congelare i salari nonostante la crisi e gli ammonimenti di Bruxelles. L’Europa non è uguale per tutti: se succede a Sofia o Budapest è uno scandalo oltraggioso, se succede a Roma o Madrid è un piccolo fastidio. … Altrettanto preoccupante è la politica economica dell’attuale governo spagnolo, ma nessuno si azzarda a sollevare una critica aperta.
Bruxelles è sicuramente responsabile per la tragedia economica della Grecia. Il ruolo del governo dell’Unione è comparabile a quello recitato dai revisori della Arthur Andersen nello scandalo Enron. La crisi greca ha svelato una realtà inquietante nascosta dietro alla retorica della solidarietà europea. L’Ue parla di solidarietà ma gli stati europei non ne vogliono sapere. Per rendersene conto è sufficiente pensare che il 70 per cento dei tedeschi vogliono la Grecia fuori dall’Euro. Recentemente un membro del parlamento tedesco ha consigliato ad Atene un brillante rimedio per i problemi del paese: vendere qualche isola. Nel frattempo i media greci tirano fuori una storia dietro l’altra sull’occupazione nazista della Grecia … Diversamente da quanto si aspettavano molti politici e analisti, la crisi economica non ha risvegliato in Europa nessuno spirito di solidarietà. Anzi, è successo l’esatto contrario: la paura e la rabbia scatenatesi nei cittadini europei hanno partorito un sentimento di “rinazionalizzazione”.
Ed è l’Europa del sud, non quella centrale, il punto debole dell’economia comunitaria. Un anno fa si temeva che l’Europa centrale non avrebbe saputo affrontare la crisi in arrivo perché troppo viziata, politicamente instabile e con un’economia eccessivamente liberale. Oggi è evidente che le cose stavano e stanno diversamente. È l’Europa del sud – inconsistente, arretrata e lasciata troppo libera da Bruxelles – che non è in grado di rispondere alle sfide dell’emergenza economica. La differenza tra Ungheria e Grecia non sta nelle dimensioni dei problemi da affrontare, ma nella volontà politica dei governi di pagare il prezzo per uscire dal pantano. Al momento gli stati europei fuori dall’eurozona rispettano i criteri di Maastricht molto più di quelli che ne fanno parte. La Polonia è l’unica economia della Ue che non è stata colpita dalla recessione. Per dirla con le parole del primo ministro lituano, “fino a quando un paese non è membro della moneta unica i criteri di Maastricht bisogna applicarli seriamente. Ma una volta che sei dentro puoi fare praticamente quello che ti pare”.
L’Europa centrale può vantarsi di aver superato il test della crisi (almeno finora) e di aver dimostrato di essere la zona europea più pronta ad affrontare i cambiamenti. Ciononostante ha molto da perdere se l’Ue fraintenderà le cause della crisi greca e si abbandonerà ai suoi peggiori istinti. Secondo la maggioranza degli economisti, essere fuori dall’eurozona è un problema quando l’euro è in salute, ma è ancora peggio quando la moneta unica è in crisi. Paesi come Bulgaria ed Estonia temono oggi che la “ricompensa” per aver rispettato i dettami di Maastricht sarà un altro lungo stallo nella sala d’attesa dell’Euro.
La loro preoccupazione è che Francia e Germania, spaventate dalla vulnerabilità dei “Piigs” (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna), concentrino le forze per consolidare l’eurozona prima di allargarla. La crisi economica ha avuto effetti collaterali: oggi l’Ue è più divisa di quanto lo sia mai stata dall’inizio della guerra in Iraq. Fortunatamente, non è più una questione di “vecchia Europa” contro “nuova Europa”, ma di stati dell’euro contro gli altri. Sfortunatamente, se date un’occhiata a una cartina geografica vedrete che l’eurozona coincide con la vecchia Europa e gli altri sono quasi tutti i paesi del club Yalta. (as)
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domenica 21 marzo 2010

Uomini politici seri e nuovi



Fra le letture del recente passato (era il 26 febbraio scorso), considerato il momento politico che stiamo vivendo e la prossima consultazione elettorale mi piace ricordare e proporvi, alcune considerazioni fatte dalla CEI, la Conferenza Episcopale Italiana. Pure bacchettate alla nostra classe politica.

Eccovi il testo dell’articolo, senza alcun commento come, per tali argomenti, sono uso a fare.

banzai43

Nuovo monito della Cei. Dopo la preoccupazione espressa per il Sud e la democrazia in Italia, dai vescovi arriva un appello al mondo politico. Per rilanciare il Paese servono “uomini politici seri e nuovi”, ha affermato il vicepresidente della Cei e arcivescovo di Potenza, mons. Agostino Superbo, in una intervista alla Radio Vaticana.

Monsignor Superbo è tornato poi sul tema della crisi di democrazia, di cui – secondo quanto affermato ieri dal segretario generale della Cei, mons.Mariano Crociata – non soffrirebbe solo il Mezzogiorno ma l’intero Paese. Lo scopo del documento per il sud, che ha messo in evidenza vecchi e nuovi mali individuando nel legame tra mafia e politica il principale ostacolo allo sviluppo, “è anzitutto pastorale” – ha detto mons. Superbo – ma “questo tipo di pastorale, non può non avere dei riflessi nel dialogo con il mondo che ci circonda e soprattutto con la realtà italiana e quindi con i politici, con gli economisti, con gli uomini di cultura e con la gente semplice, che qui da noi è la prima a soffrire le conseguenze negative di una situazione di difficoltà economica”.

“La disoccupazione avanza” ha osservato il presule. La povertà ha raggiunto proporzioni mai raggiunte dagli ultimi 20 anni. Tutto questo – ha detto – ci allarma”. Serve allora – ha proseguito – una nuova classe politica che presuppone un “impegno educativo” da parte della Chiesa. “I politici – ha detto mons. Superbo – non si improvvisano dall’oggi al domani, ma si tratta di una coscienza profondamente cristiana, radicata nella comunità, che si affaccia sul mondo civile e sente come sua responsabilità la costruzione di una città terrena a misura d’uomo, che crea poi, secondo le vocazioni del Signore e le qualità di ognuno, uomini politici seri e nuovi nel modo di porsi, che è un modo di porsi unico: servizio umile al bene comune e senza altre prospettive né di gruppo né di parte né di interesse personale”.

“Auspicabile un rinnovamento generazionale.” E’ invece questo l’auspicio dell’arcivescovo di Perugia e vicepresidente della Cei, mons. Gualtiero Bassetti, che in un articolo sul ruolo dei cattolici in politica pubblicato dal settimanale La Voce esorta chi fa politica anche ad “abbandonare un certo cristianesimo di facciata che oggi – osserva – è diventato irrilevante se non controproducente”. “Sono fermamente convinto – scrive mons. Bassetti – che ancora oggi rimanga importante, se non necessaria, la presenza attiva dei cattolici in politica. Senza questa presenza verrebbe a mancare qualcosa di molto vitale alla politica stessa”.

Fassino: “Il riferimento della Cei non è al Pd” – “Non credo che il documento della Cei si riferisse in particolare al centrosinistra; il documento dei Vescovi italiani è importante perché richiama l’attenzione della politica, dei partiti, delle istituzioni sul Mezzogiorno”, ha commentato Piero Fassino, giunto in Capitanata per un impegno elettorale, rispondendo ad un giornalista a proposito del documento della Cei che parla della presenza al Sud di classi politiche inadeguate. Proprio il Mezzogiorno, secondo Fassino, “in questa crisi rischia di essere la parte del Paese che paga di più”. “C’é la necessità – ha detto – di mettere in campo una politica che dia delle risposte, ma dal Governo nazionale queste risposte non vengono e noi ci battiamo perché le elezioni regionali siano l’occasione per mettere nell’agenda politica il Mezzogiorno e i suoi problemi”.

venerdì 19 febbraio 2010

Marcegaglia: "Italia colpita..."


19.02.2010, da Il Sole24ORE.COM

Marcegaglia: «Italia colpita duramente dalla crisi»

La crisi non è finita, anche se qualche miglioramento negli ultimi dati c’è. Ma la congiuntura resta «molto complessa». Dunque serve «grande attenzione». Così Emma Marcegaglia a margine di un convegno alla Fiera del Levante, commenta i dati Istat su fatturato e ordinativi dell’industria diffusi oggi. «I piccoli miglioramenti che si vedranno saranno comunque lenti e difficili», dice la presidente di Confindustria.

«L’impatto sull’occupazione c’é, siamo a un tasso di disoccupazione a oltre l’8,5%», sottolinea Marcegaglia che ricorda la priorità di gestire nei prossimi mesi alcune situazioni complesse di ristrutturazione. «L’importante – dice – é farlo insieme, con Governo, istituzioni, sindacati e Confindustria, non salvando stabilimenti che non possono stare in piedi ma assolutamente salvando posti di lavoro e cercando di reimpiegare le persone che rischiano di perdere il posto». La presidente di Confindustria torna a rilanciare la necessità di grandi riforme, «perché il Paese soffre di una crescita troppo lenta».

Sulla fase attuale Emma Macegaglia sgombra il campo da visioni fallaci. «Siamo nell’ambito di una crisi molto pesante. I dati, che ci aspettavamo, evidenziano che l’Italia é stata colpita duramente da questa crisi». Ma qualche miglioramento c’è, ammette.

E per i prossimi mesi il Centro studi di Confindustria stima per il 2010 un +1,1% di crescita del Pil: dopo il -4,9 del 2009, e il -1 del 2008. È «un miglioramento non sufficiente» a colmare il gap e a recuperare le perdite del 2009.

Emma Marcegaglia valuta positivamente l’apprezzamento del dollaro sull’euro, seguito anche alla decisione della Fed di rialzare i tassi di interesse. Può dare una boccata di ossigeno alle imprese italiane perché «veniamo da mesi in cui la forza dell’euro aveva penalizzato le esportazioni e la nostra capacità di stare sui mercati internazionali». Il cambio, dunque, insieme alla «maggiore competitività del nostro sistema, può aiutare a vendere di più all’estero».

giovedì 18 febbraio 2010

118%. Bisogna preoccuparsi della Grecia?


118% Bisogna preoccuparsi della Grecia ?

 Dalla rivista INTERNAZIONALE n. 828 del 7.1.2010 (X)

Nel 1999 il rapporto tra il debito pubblico e il pil della Grecia era del 118 per cento. Ora, dopo dieci anni di progressi, sta tornando su questi livelli: per il 2010 si prevede il 110 per cento. Certo, il debito del Giappone arriverà presto al 200 per cento del pil e quello degli Stati Uniti al 100 per cento.Ma nel caso greco bisogna considerare che i precedenti sono preoccupanti: il pareggio di bilancio è stato raggiunto l’ultima volta nel 1972, sotto il famigerato regime dei colonnelli. Da allora il deficit è stato in media del 6 per cento del pil. Ma bisogna anche considerare che la Grecia non è l’Argentina ed è improbabile che il governo di Atene sospenda i suoi obblighi sul debito.Si arriverà all’insolvenza solo se le autorità non potranno rifinanziare il debito maturato o finanziarne uno nuovo: la decisione è nelle mani dei mercati. Ma anche se gli investitori voltassero le spalle alla Grecia, questo non significherebbe automaticamente un default. A quel punto Atene chiederebbe l’intervento del Fondo monetario internazionale.Comunque è importante che il governo greco cominci ad agire, come sta facendo l’Irlanda. La Grecia è una piccola economia aperta e quindi la sua situazione dipende strettamente da quella dei paesi partner.Sfortunatamente, i primi segnali fanno presagire che la risposta sarà in gran parte quella di sempre: un impegno contro l’evasione fiscale e la lotta agli sprechi. Belle parole, ma con risultati modesti. Il vero test saranno i tagli alla spesa pubblica, un intervento politicamente doloroso. Ma i tagli sono sempre dolorosi.

(x) Tito Boeri: economista italiano e professore all’Università Bocconi di Milano.

giovedì 16 aprile 2009

Ombrello e bombetta

Molti ereditavano dai genitori società fondate nell’ottocento: l’idea di cambiare qualcosa non li sfiorava neppure

loretta-napoleoni

Loretta Napoleoni - Economista
da Internazionale 789, 2 aprile 2009

Fino alla metà degli anni ottanta, quando la signora Thatcher avviò la deregulation, il mestiere del banchiere era noioso. In banca finivano i secchioni, quelli che al liceo non riuscivano mai ad avere una ragazza e all’università stavano sempre seduti in prima fila, sotto gli occhi dei professori.

La loro caratteristica era l’avversione al rischio, e infatti nella City, anche ad agosto, andavano tutti a lavorare con l’ombrello e la bombetta per evitare di essere colti di sorpresa dal vento e dalla pioggia.

Anche gli agenti di borsa erano poco avventurosi. Molti ereditavano dai genitori società fondate nell’ottocento: l’idea di cambiare qualcosa non li sfiorava neppure. Neanche i jobbers, quelli che scendevano tutte le mattine nel pit dove in un frastuono assordante si compravano e vendevano azioni e obbligazioni, erano molto interessanti.

La maggior parte aveva a mala pena finito il liceo e si limitava a eseguire gli ordini degli agenti. Molti jobbers avevano cominciato la carriera come fattorini nelle banche o nelle società di brokeraggio.

Banche e borsa facevano parte del mercato finanziario, che come quello della carne e del pesce svolgeva una funzione semplice: la compravendita. I leader mondiali dovrebbero ripristinare un po’ di quella sana monotonia.

sabato 4 aprile 2009

Il gigante cattivo



Il gigante cattivo

(Manuel Castells)



Arrivata la crisi, il colosso della finanza Aig
è stato così arrogante da chiederci di salvarlo

da “Internazionale” n. 786, 12 marzo 2009

La crisi finanziaria globale continua ad aggravarsi distruggendo imprese, risparmi, posti di lavoro e vite umane. Ha colpito tutti i paesi del mondo, perché i mercati finanziari sono interdipendenti.

Vi farò un esempio concreto. Pensate a quello che è successo alla compagnia assicurativa statunitense Aig nel settembre del 2008, quando la sua valutazione di credito è scesa al di sotto del magico AA. Tra settembre e novembre, la Federal reserve e il dipartimento del tesoro hanno iniettato nell’Aig 150 miliardi di dollari perché potesse fare fronte ai suoi impegni.

Nonostante questo, il titolo ha perso il 95 per cento del suo valore in borsa e nell’ultimo trimestre del 2008 ha bruciato 62 miliardi di dollari: la più alta perdita trimestrale che un’impresa abbia mai registrato nella storia del capitalismo. Tanto che, il 1 marzo, l’amministrazione Obama ha annunciato che dovrà erogare all’Aig un ulteriore contributo di 30 miliardi, e forse intervenire di nuovo in futuro.

Perché questo accanimento nel cercare di salvare una società nonostante la sua gestione disastrosa e il suo passato di frodi e speculazioni? La ragione è che secondo il presidente della Federal reserve Ben Bernanke e il segretario al tesoro Tim Geithner, il fallimento dell’Aig rischiava di essere la miccia che avrebbe fatto esplodere il sistema finanziario mondiale.

In altre parole, l’Aig è il cuore della bestia che abbiamo nutrito con la finanza irresponsabile degli ultimi decenni. Le sue ramificazioni si estendono ovunque e la sua incapacità di mantenere i propri impegni provocherebbe il fallimento a catena di banche, imprese e famiglie negli Stati Uniti, in Cina, India, Giappone, a Singapore e a Hong Kong, in America Latina e in Europa. Affonderebbe perfino il Manchester United, di cui è l’azionista principale. Ma cos’è l’Aig? Proviamo a ricostruirne la storia.

Shanghai, 1919. Cornelius Starr, un uomo d’affari statunitense, crea una compagnia di assicurazioni per il mercato cinese, l’American international group. Dopo la rivoluzione cinese l’ Aig trasferisce la sua sede a New York. Guidata dal 1968 al 2005 dal leggendario finanziere Hank Greenberg, l’Aig si estende in tutto il mondo, soprattutto in Inghilterra, Cina, India, Giappone e nel sudest asiatico.

Nel 2007 è la seconda società assicuratrice del mondo per patrimonio (1.050 miliardi di dollari), con 110 miliardi di utili all’anno e 116mila dipendenti. Anche se sottoscrive ogni tipo di polizze, negli ultimi tempi il suo compito principale è stato assicurare i portafogli delle banche, cioè quei depositi in cui i famosi titoli “tossici” erano mescolati con prodotti più solidi.

Quando il mondo si è accorto che le garanzie delle banche si basavano sulla sopravvalutazione dei loro titoli, l’Aig avrebbe dovuto coprire i suoi assicurati. Ma non poteva farlo, perché aveva assicurato molto più di quello che avrebbe potuto.

E perché, sotto la direzione del guru della finanza Joseph Cassano (che molti considerano uno dei responsabili della crisi), era immersa fino al collo nel commercio dei famigerati derivati o Cds (credit default swaps), cioè nella frammentazione delle polizze assicurative con conseguente titolarizzazione e vendita di quei frammenti sul mercato.

Un metodo per cui nessuno sa più chi è responsabile di che cosa. Insomma, approfittando della scarsa regolamentazione, l’Aig ha operato ai limiti della legalità e, secondo Bernanke, ha speculato in modo irresponsabile, perdendo il capitale che sarebbe dovuto servire per coprire i rischi dei suoi assicurati. Alla fine ha anche violato le leggi: nel 2005 la Sec, l’autorità di vigilanza delle borse americane, ha accusato di truffa il suo amministratore delegato Greenberg e vari altri dirigenti, multando la società per 1,6 miliardi.

Le frodi, la mancanza di trasparenza, le speculazioni fatte approfittando della deregulation non hanno impedito all’Aig di continuare a essere l’assicuratrice del mondo. Per questo, quando si è disintegrata, era necessario salvarla a ogni costo.

Cosa credete che abbiano fatto i suoi dirigenti in questi mesi di crisi? Hanno speso 440mila dollari per un weekend in California a settembre, altri 86mila per andare a caccia in Inghilterra in ottobre e ancora 343mila per una vacanza nel deserto dell’Arizona a novembre (e queste sono solo le spese che conosciamo).

E chi c’è nel consiglio d’amministrazione dell’Aig? Il presidente è Edward Liddy, che viene dalla Goldman Sachs ed è stato direttore finanziario della G.D. Searle all’epoca in cui l’amministratore delegato era il segretario alla difesa Donald Rumsfeld.

E c’è anche Suzanne Johnson, che è al trentaquattresimo posto nella classifica delle donne più potenti del mondo, ha studiato a Harvard ed è ex vicepresidente della Goldman Sachs, del gruppo Hilton, della Ibm Services, della Fondazione Rockefeller, di Multimedia, docente di economia a Harvard ed ex consulente di Bush.

Questo colosso della finanza, orgoglioso dei suoi modelli matematici, convinto di avere il diritto di assicurare il mondo e al tempo stesso di tenerci all’oscuro sulla nostra insicurezza reale, quando è scoppiata la crisi ha avuto l’arroganza di chiederci di salvarlo. Perché sa che la nostra salvezza dipende da lui.