Visualizzazione post con etichetta spunti e riflessioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta spunti e riflessioni. Mostra tutti i post

lunedì 20 settembre 2010

della creazione del denaro e dei nuovi ladri

La crisi economica mondiale è stata pagata dai lavoratori e solo da essi, due volte o forse tre.

Sono scomparsi i loro risparmi, variamente investiti. Hanno perso posti di lavoro. Sono stati ancor più impoveriti dall’innalzamento (diretto ed indiretto) di imposte e di tasse il cui gettito, ad iniziativa dei Governi, è servito a tamponare la voragine generata dagli effetti della commercializzazione di titoli spazzatura ed altre diavolerie del genere scientemente generata e gestita dal sistema finanziario internazionale.

Le misure prese dopo lo scoppio della crisi, anche le più recenti a livello UE, non saneranno un accidenti. Basta leggerle con un minimo d’attenzione e poche nozioni di ragioneria. I responsabili non hanno pagato e continueranno a non pagare. Gran parte di essi sono già riposizionati e fra un po’ faranno nuovi danni altrove.

Le banche, che poco rafforzeranno i loro patrimonii, potranno continuare a comperare, con denari non loro, ma dei depositanti ovvero nostri, “carta” di dubbia qualità.

A fronte di profitti, scritturali (quindi ancora da concretizzarsi realmente) gli Istituti di credito elargiranno, ai manager, nuovi bonus schifosamente alti. Le perdite, invece, queste si reali, saranno imposte al solito Pantalone: l’azionista, ma non quello di riferimento che, ben ”addentro”, avrà saputo interpretare i consigli, non velati, degli amici di sempre.

No. A pagare sarà il Pantalone solito (si mi ripeto): il piccolo azionista o sottoscrittore d’obbligazioni; l’operaio, l’impiegato, il pensionato e la vedova che intendono far fruttare, ma non perdere, i loro risparmi. Le persone, cioè, che entrano in banca con timore, fiducia e rispetto, fidandosi del Funzionario di banca. Anzi, confidando che quel Funzionario, che conoscono da anni, mai li tradirebbe.

Poveri illusi. Ricordiamoci sempre, per limitarci ai più recenti casi italiani, questi nomi: Parmalat, Cirio, Tango bond (prestito argentino).


Questo post nasce, come ex addetto ai lavori, dalla pochezza delle misure prese, da speranze di pulizia disattese, dalla frustrazione letta negli occhi di amici quasi rovinati. E non accetto il consiglio di chi mi dice di lasciar perdere perché “così va il mondo”. Per quello che serve mi ribello.

Ma questo è un motivo secondario. Quello primario è il ritrovamento di una frase che avevo annotato tempo addietro. La regalo a Voi, amici miei carissimi e cortesi lettori, come spunto di riflessione.

Buon inizio settimana.

banzai43

L’attuale creazione del denaro dal nulla operata dal sistema bancario è identica alla creazione di moneta da parte di falsari. La sola differenza è che sono diversi coloro che ne traggono profitto.

Maurice Allais

venerdì 23 luglio 2010

Il mio amico Pecos Bill

Il mio amico Pecos Bill

Oggi adulto, pochi sono i ricordi degli anni a cavallo fra infanzia e giovinezza, ma la figura di Pecos Bill si staglia nella mia mente a tutto tondo, ancora presente in modo vivido, affettuoso, sorridente.

Erano gli inizi degli anni ’50, le mie attese molte, le mie speranze, per quanto possibile, ancora di più.

Erano gli inizi degli anni ’50, la mia mancia settimanale, molto molto scarsa, arrivava la domenica, prima della Messa e veniva presto spesa, quasi interamente.

La domenica, infatti, nei pressi d’un piccolo negozio di fronte alla chiesa, stazionava un tizio legato a me da un patto di sangue. Vendeva quotidiani, qualche rivista e giornalini (fumetti si direbbe ora).

Era l’uomo che una domenica si ed una no, in base ad un accordo “fra uomini d’onore”, avrebbe conservato per me, a rischio della propria vita, una copia dell’ultimo numero di Pecos Bill uscito il giovedì precedente (60 lire se ben ricordo; albo quattordicinale). Ancor oggi al ricordo riecheggia in me l’emozione domenicale di allora, l’accelerazione del mio cuore. Una nuova puntata di Pecos Bill, il leggendario eroe del Texas, tutta per me da divorare, consumare con gli occhi, copiarne i disegni .

Pecos Bill, come un fratello maggiore mai avuto. Di più, il mio personalissimo eroe, maestro di vita, d’avventura, di speranza.

Pecos Bill, sbalzato in fasce da un carro Conestoga di pionieri nell’attraversamento del fiume Pecos (affluente del Rio Grande), annusato ed allevato dai coyotes, campione di lasso, cresciuto indomito, senza paura, raddrizza torti innamorato della piccola Sue, onesto, timido, audace, coraggioso, con un senso assoluto dell’amicizia e, soprattutto, uomo giusto e libero.

Uomo straordinario, insomma, per me ancora affascinante come allora. Ma quanti altri personaggi della mia infanzia avevano doti pari alle sue? Perché Lui, allora? Quali i suoi segreti?

Pecos Bill non portava pistole, non ha mai ucciso nessuno, se qualcuno moriva (con poche eccezioni solo i cattivi) erano castighi divini (un fulmine ad esempio), un piede messo in fallo presso un precipizio, il morso di un serpente, una rovinosa caduta da cavallo durante una fuga precipitosa, la prateria in fiamme o altri eventi frutto del caso o della ribellione della natura.

Ma se il cattivo non era tale fino in fondo, se una piccola fiammella mostrava una seppur tenue possibilità di recupero Pecos Bill, allora, stendeva la mano, offriva il braccio e la tenzone passata si trasformava in amicizia, forte, maschia, durevole. Un’amicizia giusta, un’amicizia fra uomini liberi.

Queste, credo, le ragioni del suo fascino su di me: non violento, romantico, innamorato, selvaggio quanto basta, alla ricerca della verità, sempre pronto per gli amici, giusto e libero.

Ai miei occhi di fanciullo, quando il mondo mi era contro, arrivava Lui, Pecos Bill a cavallo di Turbine, in compagnia di un improbabile Davy Crockett in sella a Generale, di Penna bianca (il pard indiano), di uno stuolo di coyote accorso al suo richiamo. E improvvisamente tutto riprendeva la sua giusta dimensione, la tristezza si stemperava, mettevo un giornaletto sotto il cuscino e m’addormentavo sereno.

Oggi di Pecos Bill m’è rimasto qualche album ristampato, un disegno che lo vede a cavallo appeso nel mio studio ed il mio fresco, ma malinconico ricordo.

Rifletto e mi dico che Pecos Bill mi manca, mi manca quel mondo che suo tramite avevo intravisto. I buoni avrebbero trionfato, i colpevoli pagato, ma con possibilità di riscatto.

Credo che in tempi come questi avremmo tutti bisogno del ritorno di Pecos Bill. Ma di lui non v’è traccia.

Forse “…deep in the heart of Texas …” chissà …

mercoledì 21 luglio 2010

La rana, la neve e Dio

La rana, la neve e Dio

Gao Xingjian

da La Montagna dell’Anima


Dalla finestra, tra la neve, scorgo una minuscola rana. Strizza un occhio, spalanca l’altro, e mi fissa, immobile. Mi rendo conto che è Dio.

In questo modo si manifesta a me, per vedere se ne ho consapevolezza.

Mi parla con un occhio, aprendolo e chiudendolo. Quando Dio parla agli uomini non desidera che essi odano la sua voce.

E per me non è affatto strano, sembra debba essere così, come se Dio fosse davvero una rana, che ammicca con quell’intelligente occhio tondo. E’ proprio misericordioso a interessarsi a un infelice come me.

Dell’altro occhio alza e abbassa le palpebre, in un linguaggio incomprensibile. Dovrei comprenderlo, ma non vi riesca o meno non è cosa che lo riguardi.

Posso convincermi che l’ammiccare non abbia alcun senso, ma forse il senso sta proprio nel non avere senso.

Non esistono miracoli. Dio ha detto proprio così, così ha parlato a me, perenne scontento.

Ma allora, vi è ancora qualcosa che valga la pena di cercare? Gli domando.

Tutt’intorno silenzio, persino la neve cade senza fare rumore. Mi sorprende la quiete. Anche in Paradiso c’è questa pace.

Ma non c’è gioia. La gioia esiste solo in relazione alla malinconia.

Solo neve che cade.

Non so dove si trovi il mio corpo in questo momento, ignoro da dove venga questo frammento di Paradiso, esploro con lo sguardo intorno a me.

Non so di non capire nulla, sono convinto anzi di capire tutto.

Le cose avvengono a mia insaputa e c’è sempre un occhio misterioso. Non capendo, posso solo fingere di capire.

Dare a intendere di capire, ma non capire mai.

Nulla mi è chiaro in realtà, nulla io capisco.

E’ così.

venerdì 26 marzo 2010

Raiperunanotte: i teleribelli

Santoro in onda da Bologna buca la censura di Berlusconi. Appello a Napolitano: abbiamo il diritto e il dovere di farci sentire

articolo di Silvia Truzzi da Il fatto quotidiano


http://antefatto.ilcannocchiale.it

————–

Il bavaglio è diventato un megafono. ….. Chi la fa l’aspetti: la rivincita viaggia on line: 120mila accessi Internet contemporanei. E va in scena in un Palazzetto dello sport. Qui, di solito, gli spalti si riempiono per le partite di basket, ….. Il Paladozza stasera accoglie tutti gli squalificati di un gioco senza più regole né arbitri: ecco Raiperunanotte, (e)versione di Annozero dopo il cartellino rosso dell’Authority.

Michele Santoro l’aveva spiegato: “Stiamo dentro un filo spinato, ma proviamo a tagliarlo”. Dal buco della impar-condicio unilaterale, violata a piacimento dal premier (e se se n’è accorta perfino l’Agcom) sono passate migliaia di cittadini, davanti a computer, televisioni, maxischermi. …..

Resistere si può e chi intendeva spegnere voci “stonate” ha ottenuto il risultato opposto. Quelli che “rompono sempre i coglioni”, continuano a farlo: la rispettosa dichiarazione viene rilasciata a Luca Bertazzoni, inviato di Santoro, da un militante del Pdl durante la manifestazione di piazza San Giovanni. Le altre affettuose parole sono poco riferibili: le più tenere si augurano la morte di Di Pietro, Travaglio, Santoro. Come si dice: quanti crimini sono stati commessi in nome dell’amore?

Ammorbati

Dal mal d’amore al cancro, è la campagna elettorale delle malattie. Il segretario nazionale della Federazione nazionale della stampa Siddi spiega al pubblico che il “vero cancro è la manipolazione”. Ed è solo l’antipasto. Michele Santoro, nell’editoriale di apertura della puntata, si rivolge a Napolitano per suggerirgli che tra i tanti acciacchi della nostra malridotta democrazia, il peggiore è il conflitto d’interessi.

Poco prima erano andati in onda due spezzoni registrati: un Mussolini affacciato al balcone e un terribilmente simile Silvio Berlusconi in piazza San Giovanni.

“Presidente”, inizia Santoro, “noi non siamo dentro il fascismo. Ma certe assonanze sono davvero preoccupanti”. E racconta che proprio oggi ricorre l’anniversario della chiusura della Radio Libera di Partinico – l’emittente di Danilo Dolci – silenziata il 25 marzo del 1970. “Vorrei ricordarle, con grande umiltà, che il presidente Nixon per una telefonata dovette dimettersi”. Poi Santoro lancia sos a Napolitano, citando ancora il sociologo siciliano: “E’ un delitto di enorme gravità quando si registra un’interferenza diretta della politica sulla libertà d’informazione”. E aggiunge: “Questa è una violenza fatta alla Costituzione”. Però attenzione, perché come spiega Gad Lerner: “La censura crea sempre il suo antidoto”.

Il telefono no – “Chiudere i pollai pagati con i soldi pubblici”. Era l’ordine di Berlusconi all’Agcom. Invece le galline sono scappate e dimostrano che libere nell’aia fanno più rumore che chiuse nel recinto. Così le intercettazioni, eterno cruccio di un premier che non riesce nemmeno se legato a star lontano dalla cornetta, vanno in onda: Mills, Cosentino, Trani, un po’ per tutti i gusti. Santoro con Ruotolo le ripropone per dimostrare che tutti i paletti messi ad Annozero non erano un caso. E stasera vanno in onda le conversazioni che hanno “aperto il fuoco” sul programma di RaiDue e a cascata su tutti gli altri. “Non si parla di processi in tv. I processi si fanno in tribunale” (quando si riesce). E infatti, guarda la coincidenza, le docu-fiction vengono ritirate dal commercio. Pochi minuti prima dell’inizio, il presidente della Fnsi Roberto Natale parla al pubblico del Paladozza ormai strapieno. E racconta che ai signori di “questa vergognosa Rai” il vizio di telefonare non passa: in queste ore continuano a chiamare per sapere che cosa andrà in onda. Senza parole, senza pudore: come se dovesse interessare alla Rai un programma che si può vedere praticamente dappertutto fuorché sulla Rai. Anche se in Fede, le intercettazioni mica sono il Vangelo. Berlusconi non vuol far chiudere nessuno: lo spiega dallo schermo il direttore del Tg4 intervistato da Stefano Maria Bianchi. Ed è così in buona che quasi quasi gli dispiace di non essere presente.

Testimonial – In effetti chi c’è c’è, chi non c’è si nota. Lo dice Elio in una pausa delle prove, che si aggira aggrottando le sopracciglione. “Molti miei colleghi avrebbero potuto venire, invece hanno scelto di non correre nessun rischio”. Lui, con Storie tese, ha deciso cantare “Italia amore mio” del trio degli orrori, liberamente interpretata. Ma anche senza cambiare il testo va bene lo stesso: “Io non avevo fatto niente e non potevo ritornare”. Da Emanuele Filiberto a Santoro, il paradosso degli esili. E poi ci sono Giovanni Floris (che sulle intercettazioni e sulle rivoluzioni però prende le distanze), Norma Rangeri, Vauro, Roberto Pozzan, Giulia Innocenzi, Marco Travaglio applauditissimo.

Daniele Luttazzi – accolto con un calore straordinario – fa un monologo “approvato dalla Cei” per spiegare come ce l’hanno messo in quel posto: “A fare un uso criminoso della Rai sono Berlusconi e Masi. Sono otto anni che aspettavo di dirlo”. E ancora i volti di RaiTre Milena Gabanelli e Riccardo Iacona. La sigla è live: per l’occasione suonata al piano dall’autore, il maestrp Nicola Piovani. Sandro Ruotolo ha registrato uno sketch con Roberto Benigni. Si esibiscono Teresa de Sio, Antonio Cornacchione e il trio Medusa in una strepitosa satira del Tg1 (forse ha riso perfino Minzolini). I grandi vecchi: Mario Monicelli pronuncia la parola rivoluzione, Gillo Dorfles parla di democrazia viziata. E li ascoltano moltissimi giornalisti venuti perché tutto questo è voluto anche da Fnsi e Usigrai. C’è Morgan, simbolo (vabbè) della censura tossica che suona con Antonello Venditti, prima di ingarbugliarsi in un discorso fischiato dal pubblico. Non c’è Enzo Biagi. Però c’è Loris Mazzetti, par condicio a due velocità. Nella Rai di Masi e Minzolini lui è stato sospeso per dieci giorni a causa degli articoli apparsi sul Fatto. Siede dietro un filo spinato (ma ha un sacco di buchi).

mercoledì 24 febbraio 2010

Uno scandalo dopo l’altro: di quest’Italia di senza lavoro, miliardari, cassaintegrati, proprietari di attici e di barche …


Più passa il tempo e più rimpiango il passato. I bei tempi dove rubavano in tanti, ma se politici (non sempre), lo facevano per conto dei partiti. Ed i partiti controllavano e come se controllavano ed in modo costante. Vietato sgarrare.

Oggi non è così e il Paese è diviso. La compagine del Governo, mostra una compattezza di alleanza inguardabile (mamma mia quanto friabile).

L’opposizione (solo di nome) non può essere considerata tale perchè, al suo interno ha l’opposizione di sé stessa e l’opposizione dell’opposizione … dell’opposizione. E in tale condizione a chi si fa opposizione e con chi?, con quali personaggi?

Disponiamo di una classe politica sostanzialmente evirata e d’imprenditori genericamente maneggioni (anche se talvolta intelligenti oltre che furbetti) che rubano a man passa, s’impadroniscono dei nostri soldi e, soprattutto, delle nostre speranze. Individui ombra dei passati imprenditori e dei passati politici, giganti-sognatori al loro confronto.

Che schifo! Che puzza! Che sporcizia! Che voglia di schiaffeggiare i corrotti, i ladri, i profittatori ad uno ad uno.

Che vergogna parlarne con gli amici stranieri (non sempre ci si può sottrarre) che, quando amici veri, sono imbarazzati dalla nostra situazione di marginalità politica, etica e sociale.

E scusatemi di questo piccolo sfogo.

In ben altro modo si espresse, in una delle sue ultime composizioni, il grande poeta Giovanni Raboni, composizione (credo del 2004), che qui ripropongo.

Sdegnato la scrisse pensando d’aver visto il peggio del peggio. Non fu buon profeta. Il peggio doveva ancora venire. E’ un nuovo peggio mentre il peggio vecchio ancora persiste, due peggi assommati, insomma.

A Voi tutti, buon futuro (per quanto possibile) e, di nuovo, scusatemi.

banzai43

Canzone del danno e della beffa
Giovanni Raboni
(Milano 22.01.1932 - Parma 16.09.2004)

Stillicio di delitti, terribile:

si distruggono vite,

si distruggono posti di lavoro,

si distrugge la giustizia, il decoro

della convivenza civile.

E intanto l’imprenditore del nulla,

il venditore d’aria fritta,

forte coi miserabili

delle sue inindagabili ricchezze,

sorride a tutto schermo

negando ogni evidenza, promettendo

il già invano promesso e l’impossibile,

spacciando per paterno

il suo osceno frasario da piazzista.

Mai così in basso, così simile

(non solo dirlo, ma anche pensarlo duole)

alle odiose caricature

che da sempre ci infangano e sfigurano….

Anche altrove, lo so,

si santifica il crimine, anche altrove

si celebrano i riti

del privilegio e dell’impunità

trasformati in dottrina dello Stato.

Ma solo a noi, già fradici

di antiche colpe e remissioni,

a noi prima untori e poi vittime

della peste del secolo

è toccata, con il danno, la beffa,

una farsa in aggiunta alla sventura.




domenica 3 gennaio 2010

Piccoli vortici vaganti


Milano, ieri 2 gennaio 2010. Mattino di una splendida giornata di sole, un venticello mite che raggruppa le rade foglie sparse in piccoli vortici vaganti.

Giornata ideale per dare quattro pedalate in sella alla bici (l’ultima uscita risale alla metà del dicembre scorso). Fare una sgambata, come si dice anche per favorire lo smaltimento di qualche etto in più, certamente accumulato in questi ultimi giorni.

All’inizio un filo di fatica, ma vuoi mettere l’ebbrezza dell’andare? L’aria frizzante sul volto? Le mani prossime ad assomigliare a ghiaccioli? Il movimento, poi, genera calore, la pedalata si fa più svelta, il corpo reagisce pronto alla fatica di un piccolo strappo, il fiatone s’acquieta … e via felice per le strade.

Entro in un parco: alberi spogli, erba screziata di bianco per il freddo della notte, una fontanella gorgogliante. Fuori dal parco le vie della città, macchine assonnate anch’esse come i loro conducenti, la città assopita.

Una visita al cimitero. Pochi fiori, rossi come piaceva a mio padre. Un saluto ai genitori ed ai nonni.

Rimonto in sella per un ritorno, senza fretta, per un pranzo in famiglia, per l’occasione aumentata da una coppia d’amici e d’ambedue i figli.

Un buon inizio di giornata, tranquilla e piana, senza affanno alcuno. Una giornata normale, una fortuna, di questi tempi, non alla portata di tutti.

banzai43


Pubblicato in

sabato 4 aprile 2009

Il gigante cattivo



Il gigante cattivo

(Manuel Castells)



Arrivata la crisi, il colosso della finanza Aig
è stato così arrogante da chiederci di salvarlo

da “Internazionale” n. 786, 12 marzo 2009

La crisi finanziaria globale continua ad aggravarsi distruggendo imprese, risparmi, posti di lavoro e vite umane. Ha colpito tutti i paesi del mondo, perché i mercati finanziari sono interdipendenti.

Vi farò un esempio concreto. Pensate a quello che è successo alla compagnia assicurativa statunitense Aig nel settembre del 2008, quando la sua valutazione di credito è scesa al di sotto del magico AA. Tra settembre e novembre, la Federal reserve e il dipartimento del tesoro hanno iniettato nell’Aig 150 miliardi di dollari perché potesse fare fronte ai suoi impegni.

Nonostante questo, il titolo ha perso il 95 per cento del suo valore in borsa e nell’ultimo trimestre del 2008 ha bruciato 62 miliardi di dollari: la più alta perdita trimestrale che un’impresa abbia mai registrato nella storia del capitalismo. Tanto che, il 1 marzo, l’amministrazione Obama ha annunciato che dovrà erogare all’Aig un ulteriore contributo di 30 miliardi, e forse intervenire di nuovo in futuro.

Perché questo accanimento nel cercare di salvare una società nonostante la sua gestione disastrosa e il suo passato di frodi e speculazioni? La ragione è che secondo il presidente della Federal reserve Ben Bernanke e il segretario al tesoro Tim Geithner, il fallimento dell’Aig rischiava di essere la miccia che avrebbe fatto esplodere il sistema finanziario mondiale.

In altre parole, l’Aig è il cuore della bestia che abbiamo nutrito con la finanza irresponsabile degli ultimi decenni. Le sue ramificazioni si estendono ovunque e la sua incapacità di mantenere i propri impegni provocherebbe il fallimento a catena di banche, imprese e famiglie negli Stati Uniti, in Cina, India, Giappone, a Singapore e a Hong Kong, in America Latina e in Europa. Affonderebbe perfino il Manchester United, di cui è l’azionista principale. Ma cos’è l’Aig? Proviamo a ricostruirne la storia.

Shanghai, 1919. Cornelius Starr, un uomo d’affari statunitense, crea una compagnia di assicurazioni per il mercato cinese, l’American international group. Dopo la rivoluzione cinese l’ Aig trasferisce la sua sede a New York. Guidata dal 1968 al 2005 dal leggendario finanziere Hank Greenberg, l’Aig si estende in tutto il mondo, soprattutto in Inghilterra, Cina, India, Giappone e nel sudest asiatico.

Nel 2007 è la seconda società assicuratrice del mondo per patrimonio (1.050 miliardi di dollari), con 110 miliardi di utili all’anno e 116mila dipendenti. Anche se sottoscrive ogni tipo di polizze, negli ultimi tempi il suo compito principale è stato assicurare i portafogli delle banche, cioè quei depositi in cui i famosi titoli “tossici” erano mescolati con prodotti più solidi.

Quando il mondo si è accorto che le garanzie delle banche si basavano sulla sopravvalutazione dei loro titoli, l’Aig avrebbe dovuto coprire i suoi assicurati. Ma non poteva farlo, perché aveva assicurato molto più di quello che avrebbe potuto.

E perché, sotto la direzione del guru della finanza Joseph Cassano (che molti considerano uno dei responsabili della crisi), era immersa fino al collo nel commercio dei famigerati derivati o Cds (credit default swaps), cioè nella frammentazione delle polizze assicurative con conseguente titolarizzazione e vendita di quei frammenti sul mercato.

Un metodo per cui nessuno sa più chi è responsabile di che cosa. Insomma, approfittando della scarsa regolamentazione, l’Aig ha operato ai limiti della legalità e, secondo Bernanke, ha speculato in modo irresponsabile, perdendo il capitale che sarebbe dovuto servire per coprire i rischi dei suoi assicurati. Alla fine ha anche violato le leggi: nel 2005 la Sec, l’autorità di vigilanza delle borse americane, ha accusato di truffa il suo amministratore delegato Greenberg e vari altri dirigenti, multando la società per 1,6 miliardi.

Le frodi, la mancanza di trasparenza, le speculazioni fatte approfittando della deregulation non hanno impedito all’Aig di continuare a essere l’assicuratrice del mondo. Per questo, quando si è disintegrata, era necessario salvarla a ogni costo.

Cosa credete che abbiano fatto i suoi dirigenti in questi mesi di crisi? Hanno speso 440mila dollari per un weekend in California a settembre, altri 86mila per andare a caccia in Inghilterra in ottobre e ancora 343mila per una vacanza nel deserto dell’Arizona a novembre (e queste sono solo le spese che conosciamo).

E chi c’è nel consiglio d’amministrazione dell’Aig? Il presidente è Edward Liddy, che viene dalla Goldman Sachs ed è stato direttore finanziario della G.D. Searle all’epoca in cui l’amministratore delegato era il segretario alla difesa Donald Rumsfeld.

E c’è anche Suzanne Johnson, che è al trentaquattresimo posto nella classifica delle donne più potenti del mondo, ha studiato a Harvard ed è ex vicepresidente della Goldman Sachs, del gruppo Hilton, della Ibm Services, della Fondazione Rockefeller, di Multimedia, docente di economia a Harvard ed ex consulente di Bush.

Questo colosso della finanza, orgoglioso dei suoi modelli matematici, convinto di avere il diritto di assicurare il mondo e al tempo stesso di tenerci all’oscuro sulla nostra insicurezza reale, quando è scoppiata la crisi ha avuto l’arroganza di chiederci di salvarlo. Perché sa che la nostra salvezza dipende da lui.