martedì 25 maggio 2010

dell'inquietudine e della vita

CAFFE’

da ‘Incontro d’amore in un paese in guerra’

Luis Sepùlveda



Lei è sotto la doccia. L’acqua le cade sul corpo e vi indugia formando repentine stalattiti nell’abisso di quei seni che hai baciato per ore e ore. Metti il caffè nel filtro, calcoli la quantità d’acqua per quattro tazze e premi il bottone rosso.

Senti il suono dell’acqua che inizia a bollire elettricamente e goccia a goccia cade sul caffè, formando quella melma aromatica. Malta ch’unisce le pietre del selciato mattutino.

Lei appare col suo accappatoio annodato in maniera distratta. Puoi vederle le cosce splendenti, ancora umide. Prendi la caffettiera, la porti sul tavolo, prepari le tazze, vedi che i garofani resistono nella loro agonica altezza rosata. Non sono così assolutamente perituri come le rose di maggio.

Ora lei appare con un asciugamano annodato come un turbante, puoi vederle la nuca, il collo liscio e fresco che profuma di talco. Sotto il turbante, una minuscola ciocca di capelli sfugge alle intenzioni dell’asciugatura e aderisce alla pelle con una strana presenza bionda, pietrificata. Lei si siede, lo fai anche tu, e davanti a voi il solito silenzio prende il suo posto.

Servi il caffè lentamente, tendi verso di lei la mano con la tazza piena, riempi la tua, con lo sguardo le offri le cose che sono sul tavolo. Pane, burro, marmellata e altri alimenti che a quest’ora e in queste circostanze ti appaiono assolutamente insipidi. Vedi che lei non accetta, che si limita ad accendere una sigaretta e a versare qualche goccia di latte nella sua tazza di caffè.

Con il cucchiaio compi brevi movimenti circolari che pian piano formano spirali, finchè non sei certo della totale dissoluzione dello zucchero che è sprofondato come polvere di specchi in un pozzo, silenziosamente, rispettando il carattere inviolabile di questa mattina-silenzio che inizia.

Alla fine è lei la prima ad assaggiare il caffè e lì per lì pensa che forse la tazza era sporca. Solleva gli occhi, ti guarda senza recriminazioni nello stesso istante in cui tu bevi il primo sorso e immagini che questo sapore per il momento inqualificabile sia dovuto alla sigaretta, ma è lei a dirlo:

“Questo caffè sa di fallimento”.

Allora ti alzi in piedi, le strappi la tazza di amno, prendi la caffettiera e rovsci il liquido nel lavandino.

Il caffè scompare in un gorgoglio caldo e non resta altro che un alone scuro attorno allo scarico. Apri un pacchetto nuovo, calcoli l’acqua per quattro tazze e rimani in piedi aspettando che, goccia a goccia, si formi di nuovo quella porzione di melma mattutina.

Lo servi. Lei assaggia. Ti guarda con tristezza. Non dice nulla. Bevi dalla tua tazza e la guardi. Ora sei tu a esclamare:

“E’ vero. Sa di fallimento.”

Lei dice con indulgenza che può essere dovuto allo zucchero o al latte e tu gridi che non hai messo nè latte nè zucchero nel tuo caffè.

Accende un’altra sigaretta e spinge via la sua tazza in mezzo al tavolo, mentre tu tiri fuori i pacchetti di caffè che conservi in dispensa e con la punta di un coltello li apri uno dopo l’altro, palpi freneticamente con le dita quella polvere fine, assaggi, sputi, imprechi, e ti rendi conto che tutto il caffè di casa ha lo stesso ineluttabile sapore di fallimento.

Lei non ne ha assaggiato neppure un po’, ma lo sa.

Te lo dice in silenzio. Te lo dice con lo sguardo perso nei disegni poliedrici della tovaglia. Te lo dice con il fumo che soffia fuori dalle labbra.

Torni alla tua sedia con la sensazione di avere una specie di mattorne in gola. Vuoi parlare. Vuoi dire che assieme avete bevuto molti caffè che sapevano di oblio, di disprezzo, di odio gentile e monotono. Vuoi dire che questa è la prima volta che il caffè ha un esasperante sapore di fallimento.Ma non riesci ad articolare neppure una parola.

Lei si alza dal tavolo. Va nella stanza accanto. Si veste lentamente e alle tue orecchie arriva il clic del suo braccialetto. Si avvicina alla porta, prende le chiavi, la borsa, il piccolo libro da leggere in viaggio, le viene in mente qualcosa prima di aprire la porta e torna indietro fino a dove sei tu per stamparti sulle labbra un bacio freddo che, per quanto ti sembri incredibile, ha lo stesso sapore di fallimento del caffè.


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